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Edas | Recensioni

Gazzetta del Sud
3 giugno 2003

ARTE E CULTURA

Il fascino dei "due mari" nella poetica di Maria Costa

Anna Crisafulli Sartori



MESSINA - Maria Costa insieme al suo mare, quello di Riviera Paradiso (Case Basse) con la sua storia costellata di piccoli e grandi eroismi, è stata la protagonista di un incontro culturale di grande interesse nei locali dell`Associazione Motonautica e Velica peloritana, in occasione della presentazione del suo quinto libro "Scinnenti e muntanti" - Ed. Edas del dott. Antonino Sfameni, presente all`incontro. Muntanti e scinnenti sono la rema che sale dallo Jonio al Tirreno e quella che fa il percorso inverso. Dopo le parole introduttive del presidente dell`associazione, arch. Michelangelo Garufi, il prof. Giuseppe Cavarra, curatore dell`opera di cui firma la bellissima introduzione, ha illustrato al numeroso pubblico questo terzo momento significativo (dopo i libri "`A prova i `ill`ou" del 1989 e "Cavaddu `i coppi" del `93) di un itinerario poetico nel quale la Costa si esprime con "parole impregnate di sale di mare", il mare dello Stretto, regno dei venti che lei distingue in "gintili" e "fitenti". Traendo spunto dall`oralità - ha detto ancora il relatore - la poetessa ci parla del suo mondo delle Case Basse, che affettuosamente definisce "u me paisi", e dei protagonisti di una microstoria nella cui narrazione anche gli attrezzi da pesca assumono valore di testimonianza di vita vissuta. La sua cultura si configura, infatti, come memoria collettiva ponendosi quale "coscienza storica e legittimazione della tradizione". Grande interesse etno-antropologico riveste, inoltre, l`accostamento tra passato e presente, "tannu e ora". "Il libro della Costa - ha detto, poi, il giornalista Lino Amendolia - si pone tra gli eventi letterari più significativi della nostra città. In esso, al recupero del linguaggio si accompagna quello dei valori del passato, quali il rispetto, la solidarietà, il senso di appartenenza e quei "sentimenti forti" che la poetessa esprime "con voluttà affabulatrice", in un "pathos vibrante e parossistico", che suscita emozioni profonde. Il relatore ha ancora sottolineato la "forza evocatrice del verso che ci restituisce alla fanciullezza, non come nostalgia di ciò che è trascorso, ma come portentoso strumento di salvifica reminiscenza". Infine il prof. Salvatore Riolo dell`Università di Catania, dialettologo, si è soffermato sulla semantica lessicale di questa scrittura poetica i cui messaggi - ha precisato - non si esauriscono nella struttura superficiale, ma vanno ricercati nella struttura profonda. "Persona solare, serena, capace di comunicare calore umano e di stabilire un rapporto di empatia con l`ascoltatore, che ne rimane affascinato". Così il prof. Riolo ha definito la Costa. Negli intervalli, il maestro Nicola Oteri ha eseguito alla chitarra brani classici apprezzati dal pubblico.


 
Gazzetta del Sud

Oliveri, da borgo medievale a centro turistico

 
Gazzetta del Sud Domenica 19 Giugno 2011 di Laura Simoncini

Un censimento delle varie specie di pesci dello Stretto

 
Firma d`autore Con gli occhi del cuore

Libreria Bonanzinga 22 Dicembre 2011 dalle ore 17,00 alle ore 19,30

 
Gazzetta del Sud 18 Dicembre 2011
Uomini e legni siculi nel trionfo di Lepanto Ma quell`evento non cambiò il volto del mondo Antonino Sarica


Il 7 ottobre 1571, nel mare di Lepanto, la flotta della Lega Santa voluta da Pio V annientò quella turca di Selim II guidata da Alì Pascià. Per Don Giovanni d`Austria, generalissimo dell`armata cristiana, fu il trionfo. Si gridò al miracolo: tutti credettero finalmente tramontato il prepotere ottomano nel Mediterraneo. Non fu così: la vittoria di Lepanto primeggiò a lungo nell`im - maginario collettivo, «produsse molti discorsi e molte statue, ma non cambiò il volto del mondo». In quel lontano giorno d`ottobre, accanto alle formidabili armate veneziane, papaline, spagnole, e a quelle di altri stati, dell`Ordine di Malta..., alle Curzolari c`erano anche uomini e legni siciliani. Ad essi è dedicato il volume di Giuseppe Arenaprimo (1862-1908) La Sicilia nella battaglia di Lepanto, apparso nel 1886 a Pisa, riedito nel 1892 a Messina da Giuseppe Principato ed ora ristampato da Edas, a cura di Vincenzo Caruso. La ristampa di Edas contiene pure Il ritorno e la dimora a Messina di Don Giovanni d`Austria e della flotta cristiana dopo la battaglia di Lepanto, notevole saggio che lo stesso Arenaprimo pubblicò a Palermo nel 1903. Il nuovo libro vanta inoltre un eccellente apparato iconografico e sei scritti di rilievo (quattro introduttivi e due conclusivi), di Vincenzo Caruso («La Sicilia sulle rotte di Lepanto, baricentro di un`epica battaglia»), Pietrangelo Pettenò («Lepanto: luogo della memoria»), Giovanni Molonia («La Sicilia nella battaglia di Lepanto di Giuseppe Arenaprimo»), Dario Caroniti («Prefazione»), Rosario Moscheo («La battaglia di Lepanto, D. Giovanni d`Austria e Francesco Maurolico. Una leggenda metropolitana?»), Nino Principato («Lepanto e la Sicilia: le testimonianze del passato»). Lo scopo palesato di Arenaprimo era quello, ricorda Giovanni Molonia, di «documentare il ruolo principale avuto dall`Isola, e in particolare da Messina, nella celebre battaglia del 1571 che la storiografia del tempo – nell`eco della allora recente commemorazione del sesto centenario dei Vespri – rilegge - va in chiave prettamente risorgimentale ». Un obiettivo, bisogna dire, felicemente conseguito. Le dense pagine di questo nostro illustre autore sono frutto di diligenti ricerche, stupisce la ricchezza delle fonti da lui citate. Ovviamente, da fine Ottocento ad oggi, riguardo a Lepanto la storiografia e la letteratura si sono, per così dire, via via aggiornate; tuttavia, il lavoro di Arenaprimo non ci sembra affatto datato. Suscita vivo interesse specialmente il capitolo quinto. È intitolato ai «principali cavalieri siciliani che presero parte nell`armata della Lega», contiene una trentina di vite in breve, sorprendenti, di rara intensità. Tra gli scritti a corredo delle due opere ristampate – tutti degni d`attenzione – particolarmente invitante è quello di Rosario Moscheo, docente di Storia della scienza. Egli considera, col dovuto rigore metodologico, certa consolidata tradizione; per la quale il vincitore di Lepanto avrebbe più d`una volta incontrato «il più grande scienziato che Messina abbia mai avuto», ossia Francesco Maurolico, per avere da lui «parere, et giudizio intorno al tempo, ch`era per seguire nella partita ad affrontar l`armata ottomana...». Lasciamo al lettore il gusto di scoprire le «originali» conclusioni del professor Moscheo. Una riflessione, infine, di Dario Caroniti. «Arenaprimo – scrive il docente nella "Prefazione" – ci aiuta a riscoprire alcuni aspetti che potrebbero apparire come dettaglio, ma acquisiscono invece il ruolo di tracce essenziali per risalire nella difficile via della ricostruzione della memoria storica». Di Messina, s`intende, che fu devastata nel 1908 dal terremoto, oltre che dalle mine, e attende paziente che «i suoi figli più affezionati si decidano a riscoprirne i lineamenti».

 
Gazzetta del Sud 23 Dicembre 2011


 
Gazzetta del Sud
27 giugno 2003

Esposizione a Messina sul gioiellino architettonico che consente un viaggio nella memoria
Villa Pace, un luogo dell`anima
Dalla famiglia Sanderson ai Bosurgi all`Università peloritana

Sergio Di Giacomo



Ancora oggi, anche dopo i recenti restauri promossi dall`Università di Messina, si respira l`aria di quel mondo andato, quando Messina era un crocevia dinamico cosmopolita, sede di commerci, di industrie, di attività imprenditoriali vivaci, con al centro mercanti e finanzieri internazionali, soprattutto britannici. Villa Pace, che si affaccia mirabilmente sullo Stretto, era come una straordinaria enclave di delizie naturali e architettoniche sulla Riviera Nord della città, un "luogo dell`anima" che seduceva nobili e reali di tutto il mondo che, come nella Palermo dei Florio e nella Taormina "inglese" delle miss vittoriane, facevano di questo sito una delle mete obbligate dell mondanità internazionale. Grazie all`impegno, alla passione costante e alla competenza di tre docenti del nostro Ateneo, Luciana Caminiti, Michela D`Angelo e Luigi Hyerace e degli esperti grafici e fotografi Antonio Tavilla e Giovanni Anastasi coordinati da Elvira Arcidiacono, è possibile rivivere l`epopea della splendida villa nella mostra "Un luogo dell`anima. Villa Pace dai Sanderson ai Bosurgi all`Università di Messina", aperta dal martedì al venerdì fino a dicembre. La mostra - il cui catalogo curato dai tre docenti è edito da Edas di Messina - presenta reperti, documenti, immagini, dipinti, pannelli, grafici, mappe, alberi genealogici e fotografie rare, per la prima volta esposti al pubblico in modo organico e articolato in sezioni specifiche, in un viaggio della memoria che sembra un tuffo dentro un romanzo o un film d`epoca. Ci si inoltra subito nella storia della Riviera, dove, agli inizi dell`800, in concomitanza con la riapertura della via Consolare Pompea da parte degli inglesi, veniva a crearsi un nucleo di ville nobiliari di proprietà dei maggiori imprenditori locali e stranieri. Si veniva a comporre quello splendore già vissuto nel Seicento, quando l`intera zona costiera era luogo di ristoro, meta ambita per la caccia e la pesca al pescespada, sede di residenze che facevano la meraviglia dei viaggiatori e vedutisti, come le Case Pinte, il Casino dei Marullo e la villa "Paradiso" di Marquett, divenuta celebre per la sua grandezza e la ricchezza di collezioni artistiche e naturalistiche uniche nel loro genere, e che diede il toponimo alla zona. La storia di Villa Pace - centro residenziale a più livelli immerso in uno splendido parco mediterraneo - si identifica con la famiglia di imprenditori e mercanti britannici Sanderson, di cui il capostipite Robert, fondatore della fabbrica omonima di lavorazione di essenze agrumarie famosa in tutto il mondo, nel 1850 volle acquistare un fondo rustico dove realizzare una villa che avrebbe preso il nome dalla moglie Amalia Sarah Child. "Villa Amalia" diveniva così il primo nucleo di quel sito che dal 1877 si trasformava nel "luogo dell`anima" per la figlia del mercante inglese, Luisa Leila, e per il marito, il console tedesco Franz von Wantoch Rekowski. Qui, ricorda il diplomatico, si poteva vivere una "bella favola" in cui ci si beava "sotto i cipressi del parco, mentre dietro le montagne della Calabria si alzava la luna con la sua irreale bellezza, spandendo una luce argentea sulla superficie del mare!". Questo luogo di "commovente bellezza", a cui nel 1903 si aggiungerà il delizioso villino denominato "Castelletto", accoglierà ben presto il bel mondo cittadino e gli esponenti della bella époque che giungevano a Messina prima di recarsi a Taormina e a Palermo. Tra il 1896 e il 1908 il Kaiser Guglielmo II col suo yacht "Hohenzollern" sbarcherà in città, avendo come meta la residenza degli amici inglesi di Messina, gustando il tè allietato dai canti della moglie di William Sanderson, la cantante lirica Giuseppina Uffreduzzi, "rilassandosi nella mente e nel corpo" in quel "Paradiso siciliano", affacciandosi dal Belvedere di villa Pace e della villa Sanderson di Castanea, dove ancora oggi si trova il sedile chiamato "Guglielmone". Sono gli anni preterremoto in cui William Robert, erede del padre morto di colera nel 1854, cerca di modernizzare invano l`industria paterna. Progetto che riuscirà alla famiglia Bosurgi, che, dopo il terremoto del 1908, gestirà la celebre "William Sanderson & Sons" e promuoverà la ricostruzione e l`ampliamento della villa grazie all`appoggio di una figura che la mostra mette bene in luce, l`ing. Emilio Enrico Vismara, gran commis amico di Nitti e di Marinetti, amministratore delegato della Sges, la società che gestisce l`energia elettrica in Sicilia, e promotore di progetti turistici di ampio respiro sul modello di Capri. Tra il 1915 e il 1930 villa Pace diventa "Villa Caneva", gestita dall`ingegnere che ne curerà la ricostruzione nel 1911. Dagli anni Trenta in poi inizia l`era dei Bosurgi, con Giuseppe "chimico tra gli agrumi" che lancerà la ditta in ambiti sempre più ampi, coinvolgendo nel progetto imprenditoriale e nella cura dell`immagine anche illustri personalità dell`arte grafica. Seguendo la tradizione inaugurata dai Sanderson di coinvolgere i grandi fotografi (Giovanni Benincasa, Ledru Mario, Pietro Regis), Giuseppe Bosurgi e la moglie Adriana si faranno ritrarre da due note artiste della fotografia mondiale come Eva Barrett e Ghitta Carrell, oltre che da Giulio Parisio, uno dei massimi fotografi industriali di ispirazione futurista, che lascerà meravigliose foto degli stabilimenti di Pistunina e un "Album" sull`Istituto Marino di Mortelle, sede di colonie per i bambini orfani e malati, voluto dai Bosurgi. Analogamente, pittori innovativi come il futurista Depero disegneranno i manifesti pubblicitari e le copertine della rivista della Camera Agrumaria "Citrus". La foto di Elena Caneva col suo vestito a fiori appoggiata sulla ringhiera del laghetto sembra il ritratto di una diva di Hollywood. E la villa, tra palme rigogliose, i gazebo, i campi di tennis, i ponticelli, le passeggiate a cavallo, sembra veramente una residenza americana. Adriana Bosurgi - che verrà ricordata anche come grande benefattrice e poetessa sensibile dai delicati accenti spirituali - diventerà sempre più l`anima vitale della ditta, forte delle conoscenze tecniche e di un grande spirito dinamico che la porterà in giro per il mondo ad acquistare tecnologie innovative, a presenziare alla Fiera di Napoli accogliendo Maria Josè di Savoia, o a ricevere il duce nell`innovativo stand della Fiera di Messina, "Il Limone", che si illuminava come un Pier americano. Grazie alla mostra - che si spera possa diventare un allestimento stabile come il Museo storico della Farmacia del Mediterraneo - rivive così la "bella favola" di un sito posto tra cielo e mare, dove si sono alternate vicende e fortune di un mondo lontano che ha fatto di Messina una città dinamica, dallo sguardo internazionale.


 
Gazzetta del Sud
8 gennaio 2006

Riedizione aggiornata del libro di Rocco Sisci sulla pesca nello Stretto di Messina
Pescespada, fiero galletto del mare
Una caccia unica nel suo genere celebrata da Polibio a Dumas

Giuseppe Cavarra



Una cultura è prima di tutto un aggregato di conoscenze e di comportamenti grazie a cui ognuno di noi "appartiene" a un sociale. Ciò spiega le ragioni per cui la cultura è stata per l`uomo lo strumento evolutivo fondamentale nella lotta per la sopravvivenza. In ogni tempo e in ogni luogo la cultura ha reso possibile la coordinazione delle risorse messe insieme da più individui per vincere le difficoltà opposte dalla natura. Come dire che ogni dato culturale, anche il più elementare, presuppone il raggruppamento coordinato di un certo numero di persone e che un individuo senza cultura è impensabile e che l`uomo aumenta la propria ricchezza di vita se si affida alle cosiddette "strutture di scambio" mediante le quali la vita cresce in lui e cresce nel gruppo di cui fa parte. Rocco Sisci continua a darci libri notevoli per serietà d`impegno e ampiezza d`indagine. Ogni sua ricerca viene a colmare lacune d`informazione dovute, a seconda dei casi, a dilettantismo storiografico, a superficialità di giudizio e a inadeguatezza di metodo critico che sono, poi, le mende più frequentemente riscontrabili nei cosiddetti "ricercatori locali". Nelle loro opere spesso colpisce la disinvoltura con cui sono tratte certe conclusioni e ancor più colpiscono le approssimazioni concettuali, sostenute dalla tendenza a dire le cose cominciando da un`altra parte, come se per penetrare in una questione c`è una porta e noi vogliamo scavarne un`altra accanto che conduce esattamente a quella di prima. L`ultima sua fatica (La caccia al pesce spada nello Stretto di Messina, Edizioni Edas, Messina 2005) Sisci la dedica alla pesca del pesce spada nelle acque dello Stretto. Sullo stesso argomento, nel 1987, ci aveva dato un`opera in cui lo studioso metteva a frutto anni di ricerche e di studi, meritandosi la stima degli addetti ai lavori i quali avevano apprezzato a tal punto la sua fatica da assegnargli il premio Calabria 1987 per la saggistica etno-antroplogica locale. Ora, quell`opera, riappare interamente rifatta, aggiornata nel`apparato bibliografico e rinnovata nella documentazione iconografica. Anzi, a me pare che nella nuova fatica l`iconografia rappresenta una novità rilevante se consideriamo che le foto da sole vengono a creare fra tempi, luoghi e cultura tradizionale un rapporto di intima interazione quale non era dato riconoscere nella precedente edizione. Nella nuova opera di Sisci il discorso si muove senza soste, senza lungaggini, senza vuoti. In essa troviamo tutto ciò che vorremmo sapere su una materia che da Polibio a Strabone, da Plinio il Vecchio a Oppiano, dal Reina al Maurolico, dal Fazello allo Spallanzani, da G. La Farina ad A. Dumas, da P. Brydon a J. Houel è stata sempre descritta lungo linee di tensione che s`impongono all`attenzione non tanto perché immerse in un`astratta o isolata considerazione, ma in quanto calate in un ambiente che il lettore percepisce come entità non svincolata dalla situazione geografica, storica, culturale, umana. Non è il singolo che influenza una cultura. Semmai è vero il contrario: la cultura influenza i singoli. Ne è un esempio la "cultura" dello Stretto, dove sono presenti norme comportamentistiche, strumenti e tecniche di lavoro che, trasmessi di generazione in generazione, sono il risultato di un processo evolutivo all`interno del quale un elemento non può stare senza l`altro in quanto funzione dell`altro. Si tratta di un processo che, in quanto interazione di molti individui, richiede tempi lunghi e che in quanto a valore trascende le singole esistenze o, per usare una categorie heideggeriana, i singoli Esserci. Chi ha esperienza diretta di ricerca sul campo sa bene che i pescatori dello Stretto, nel comunicare i dati della propria esperienza, non usano mai il singolare: usano il "noi" a significare che ogni dato di cui essi sono in possesso altro non è se non il frutto di un ordinato raggruppamento di elementi senza i quali ogni aspetto del vivere precipita nel caos e nel vuoto. Ciò spiega le ragioni per cui nell`opera di Sisci i pescatori non sono astratta raffigurazione di un`umanità che vive in maniera estranea la realtà che le appartiene. Un giorno abbiamo chiesto a don Angelo, un pescatore del Faro: "Secondo lei, Colapesce qualche volta ha paura?" E lui: "Non può avere pausa chi vive per dare tranquillità a chi ha paura. Se Colapesce si facesse prendere dalla paura, sarebbe la fine per noi e per lui". Nelle parole di don Angelo c`è una grande verità: i meccanismi culturali sono cosa diversa dai meccanismi psicologici. A Colapesce non possono appartenere la fame, la sete o il sonno, come non possono appartenergli tutte le altre necessità che definiamo "istintive". La ragione per cui Colapesce e il pescatore dello Stretto non possono aver paura è la stessa: il loro modo di agire e di reagire non è dettato da ragioni personali. Quando c`è di mezzo la sicurezza del gruppo sociale, la paura rimane solo un ingrediente del vivere legato alla quotidianità. La "cultura del gruppo" non può fornire formule atte a imbrigliare le reazioni personali. Il vivere del pescatore ha l`andamento di una spirale che, ondeggiando tra insicurezza e paura, non può sfociare nel dolce porto del lieto fine. Sisci, che, a quanto pare, il mare ce l`ha proprio nel sangue, racconta senza lasciarsi andare a suggerimenti casuali, ma (ri)costruendo itinerari che poi sono altrettanti modi di star dietro a una "cultura" in cui riconoscerci. "Riconoscersi" è qui un modo per individuare i nostri limiti e, al tempo stesso, scegliere quella strada che non ci ritrae dalla vita, ma a essa ci conduce confermando in noi una più sicura e determinante partecipazione. Certe pagine di Sisci si leggono come le pagine di un romanzo affascinante. Si pensi alla descrizione del luntru , il "levriero del mare", si vedano le pagine in cui l`autore ricostruisce le tappe lungo le quali passa la storia della caccia al "galletto più bello e più fiero dello Stretto" (B. Cattafi). Pagine in cui realtà e immaginazione si coniugano al punto che nel grande teatro dello Stretto presente e passato vengono a configurarsi come termini di una proteiforme realtà dal cui fondo salgono alla superficie figure (stavo per dire "personae") impastate dello stesso materiale archetipico di cui sono fatti il mare e il cielo dello Stretto: realtà plurale e singolare insieme, collettiva e particolare.


 
Gazzetta del Sud 30 settembre 2005

Il Seicento peloritano in un saggio di Salvatore Bottari I privilegi della città di Messina persi con la rivolta antispagnola

Antonio Baglio



Tra le fratture che hanno segnato il destino storico della città di Messina un posto centrale spetta alla rivolta antispagnola del 1674-78 e alla successiva repressione. Si tratta di un evento gravido di conseguenze, perché pone fine ai privilegi di cui la città aveva goduto nell`àmbito del sistema imperiale spagnolo e, coniugandosi con una difficile congiuntura economica, ne ridimensiona drasticamente ruolo e identità. Sugli effetti della rivolta e le vicende dell`ultimo periodo della dominazione spagnola si sofferma adesso la puntuale ed efficace analisi di Salvatore Bottari nel libro Post res perditas. Messina 1678-1713 , uscito per i tipi di Edas (Messina 2005), con prefazione di Michela D`Angelo. Il volume si inserisce nell`àmbito del prezioso lavoro di indagine promosso dall`Istituto di Studi Storici "Gaetano Salvemini", volto all`approfondimento di momenti e aspetti nodali nella vicenda storica di Messina e al recupero della sua memoria. Nella ricostruzione, l`autore predilige un`ottica di lungo periodo. Le vicende narrate e le problematiche affrontate si snodano lungo tutto il corso del Seicento. È un affresco ampio e particolareggiato, che tratteggia i connotati di una città in difficoltà sotto il profilo economico-commerciale di fronte ai rapidi mutamenti in campo nazionale ed estero nel settore serico, ma pur sempre fiera custode della propria autonomia e identità, poggiante sull`acquisizione di privilegi e sulla rivendicazione di un ruolo di primo piano nell`isola, in rivalità con Palermo. Centro di una fiorente attività mercantile ruotante intorno al porto, Messina va lentamente incontro nel corso del XVII secolo a una fase di ripiegamento, nonostante nella classe dirigente peloritana prevalga un`auto-rappresentazione di segno celebrativo. Se il privilegium contrattato con la Corona spagnola nel 1591, dietro adeguata corresponsione in denaro (583.333 scudi siciliani), garantiva il monopolio nell`esportazione della seta prodotta sulla fascia costiera tra Termini e Siracusa, il continuo esborso finanziario, indispensabile non solo per far fronte agli interessi ma anche per richiederne periodicamente la conferma, avrebbe comportato notevoli problemi, con l`aggravio dei dazi comunali. La città fa fatica a mantenere il passo con un quadro economico-commerciale in rapida evoluzione che vede altre realtà portuali, come Livorno, rispondere con maggiore tempismo e flessibilità ai cambiamenti in corso. La spesa pubblica si allarga a dismisura, la tendenza a spostare i capitali dagli investimenti produttivi alla rendita e agli interessi parassitari diventa preminente. Tuttavia si tratta di un processo lento, non unilineare. Come puntualizza Bottari, "Messina nel Seicento è una città ricca e orgogliosa della sua ricchezza". E cita, non a caso, le modifiche intervenute nell`impianto urbanistico e architettonico cittadino, con la costruzione della Palazzata; ma segni tangibili ne erano, ancora, l`artigianato di lusso, la presenza di Caravaggio pagato lautamente per la realizzazione della "Resurrezione di Lazzaro", la rappresentazione di un porto attivo e pieno di navi mercantili nei dipinti degli artisti dell`epoca, la collezione d`arte del principe di Scaletta Antonio Ruffo. Sono le oscillazioni sulle rese del frumento, l`aumento delle gabelle locali sul grano, il carovita, la scomposizione e il riposizionamento del mercato internazionale della seta alcuni dei fattori scatenanti di un malcontento destinato a sfociare nel grande "strappo" dalla Spagna con il quadriennio rivoluzionario (1674-1678). L`aspro contenzioso sorto in merito ai privilegi, alcuni dei quali confermati (la residenza del viceré in città per diciotto mesi ogni triennio), altri rimasti solo sulla carta (la scala franca), altri ancora emanati (l`obbligo di esportare tutte le sete prodotte in Sicilia dal solo porto di Messina) e subito ritirati dalle autorità spagnole per la ferma opposizione di Palermo, conduce negli anni Sessanta del Seicento a una radicalizzazione della lotta politica. Bottari si guarda bene dal leggere l` evento capitale del Seicento messinese in chiave di rigido determinismo economico, rifacendosi alle più aggiornate acquisizioni della storiografia che mettono in luce quanto la congiuntura politica, e in particolare il rapporto con le fazioni politiche presenti presso la corte madrilena, abbia esercitato un peso fondamentale. Dopo aver offerto una descrizione chiara ed esaustiva dei vari momenti della rivoluzione e delle forze sociali impegnate, che si segnala come indispensabile punto di riferimento per chi voglia approfondire un passaggio nodale nella storia di Messina, l`autore affronta il tema della ricostruzione del tessuto morale e materiale della città sconfitta, alle prese con la dura reazione e la diffidenza del "centro" madrileno. Si giunge così al nucleo tematico dell`opera, la parte più densa e innovativa per l`utilizzo di un vasto materiale archivistico di prima mano che contribuisce a far luce sui tentativi di rilancio del settore serico, focalizzando l`attenzione sulla riforma del Consolato dell`Arte della seta, e sul dibattito in merito alla concessione della scala franca , ottenuta, infine, nel 1695. Il periodo post-rivoluzionario, segnato dalla perdita dei privilegi (tra i quali l`esenzione dalla tassazione) e agitato dalla resa dei conti nei confronti dei ribelli messinesi, vittime del provvedimento di confisca dei beni, vede ancora la città impegnata a ridefinire la propria identità, nel tentativo di rilancio dei traffici commerciali volto a compensare l`esaurimento della centralità politica. Se la seta, il prezioso "filo d`oro", rimane la voce più significativa nella vita economica messinese, si registra tuttavia un progressivo ridimensionamento del settore, nell`àmbito di un processo di ristrutturazione internazionale e dietro l`agguerrita concorrenza delle altre piazze siciliane. Neanche l`istituzione del porto franco del 1695 arreca i benefici auspicati. La Guerra di Successione spagnola finirà poi per assestare un altro duro colpo all`apparato produttivo cittadino, con la partenza dall`isola degli Inglesi, principali acquirenti della seta filata.


 
Gazzetta del Sud
6 aprile 2004

Il volume curato da Antonio Baglio sul convegno per i 50 anni della Uil
La sfida riformista del sindacato tra i grandi cambiamenti sociali
Federico Simonini



Qual`è la prospettiva del sindacato in Italia e nel mondo? A quest`interrogativo il libro Il sindacato tra storia e attualità (Edizioni Edas, Messina, 2002, pag. 262, euro 18) curato da Antonio Baglio, cerca di dare un contributo di analisi e di proposte. Il volume raccoglie gli atti del convegno organizzato il 29 e 30 settembre 2000 dall`Istituto "Gaetano Salvemini", diretto dallo storico Santi Fedele, in occasione dei 50 anni della Uil di Messina ed è dedicato a Giorgio Ballistreri, uno dei pionieri della rinascita in Italia del sindacalismo democratico nel Dopoguerra, e vuole costituire non solo un`occasione di riflessione storica, che trae spunto dalla tradizione sindacale del riformismo dell`Unione del lavoro ma, prioritariamente, un contributo a un`analisi generale sulle prospettive del sindacato in un fase segnata da grandi cambiamenti socio-economici. In questa prospettiva i saggi contenuti nel libro, opera di giuslavoristi come Alessandro Anastasi, studiosi di relazioni industriali come Piero Craveri e Maurizio Ballistreri, storici come Adolfo Pepe, Luciana Caminiti, Salvatore Costanza, Maria Teresa Di Paola, Giuseppe Miccichè, di economisti come Mario Centorrino, di ex dirigenti sindacali come Luigi Vayola, nonché di uno dei leader storici più prestigiosi del movimento sindacale italiano come Giorgio Benvenuto, si pone quale filo conduttore il problema del rapporto tra il sindacalismo, le nuove tecnologie e la produzione post-fordista e, soprattutto, la globalizzazione dell`economia, fattori che mettono in questione la tradizionale azione sindacale basata sulla centralità della fabbrica. A tal proposito scrive Adolfo Pepe: "il sindacato si prodiga per contrattualizzare i rapporti di lavoro. Ma se i sistemi contrattuali, tra modifica del mercato del lavoro, globalizzazione, caduta delle legislazioni nazionali di sostegno sfumano, i confini della contrattazione vengono meno e si ritorna a una situazione ottocentesca di precontrattualizzazione dei rapporti di lavoro", vulnerando così quella "lunga marcia della contrattazione collettiva nella democrazia italiana", illustrata brillantemente dal saggio di Sandro Anastasi. Le riflessioni contenute nel volume collettaneo individuano, a fronte dell`alternativa posta innanzi al sindacalismo tra frammentazione corportativa (sengata anche da fiammate di antagonismo sociale) e riproposizione del sindacalismo generale e di solidarietà, il problema di una seria riconsiderazione del ruolo e delle funzioni sindacali: non solo agente del conflitto e del contratto ma anche decisore pubblico attraverso la concertazione, gestore del mercato del lavoro, agente dello sviluppo locale, erogatore di servizi collettivi sussidiari a quelli dello Stato. Mentre, come afferma Piero Craveri, particolare attenzione va dedicata da parte del sindacato alla formazione del capitale umano e all`"evoluzione delle figure professionali che stanno sul mercato del lavoro". In questa direzione la via riformista che costituisce il Dna della Uil, è una fondamentale base per ridefinire l`azione del sindacalismo nel nostro Paese. Un riformismo che storicamente ha trovato molti ostacoli, soprattutto di natura ideologica, per affermarsi in Italia e che trae le sue origini più nobili dal pensiero e dall`azione di personalità del mondo politico e sindacale come Filippo Turati, Carlo Rosselli e Bruno Buozzi, Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa e Italo Viglianesi sino in tempi più recenti al "nuovo corso" socialista degli anni `80. E proprio in quegli anni nasceva il rilancio del riformismo sindacale in Italia, dopo oltre un decennio di conflittualità e di massimalismi. Protagonista indiscusso della nuova stagione del riformismo in campo sociale fu proprio Giorgio Benvenuto, le cui proposte, ricordate nel saggio dell`ex leader della Uil contenuto nel volume, servirono, un decennio dopo, a rendere possibile la politica dei redditi e la concertazione che hanno dato un contributo decisivo per salvare il Paese dal baratro finanziario e a consentirgli l`ingresso nella euro zone. In definitiva il libro riattualizza il metodo gradualista del sindacalismo per governare sul piano sociale e la modernità e l`innovazione tecnologica, suggerendo alle tre confederazioni di fare tesoro di quei valori del riformismo sindacale, richiamati da Maurizio Ballistreri nel libro e che "nel 1959 la socialdemocrazia tedesca, con il Programma fondamentale di Bad Godesberg, così espresse Democrazia esige cogestione dei lavoratori nelle fabbriche e in tutta l`economia. Il lavoratore deve trasformarsi da suddito dell`economia a cittadino dell`economia".


 
Gazzetta del Sud 14 dicembre 2000

La Messina negli anni Trenta un innovativo centro di propulsione culturale
Un incontro con gli studenti universitari per discutere sul volume di Sergio Palumbo



L`impetuosa giovinezza di antiborghesi senza rimedio. Fascismo e afascismo nella stampa messinese degli Anni Trenta (Edas, Messina, 1999), che mette in luce il variegato e vivido mondo intellettuale giovanile degli anni Trenta che ruotava attorno ai fogli e alle riviste, vera e propria fucina di talenti e di futuri luminari destinati a diventare protagonisti del secondo dopoguerra. Il seminario è stato organizzato dalle Cattedre di Storia moderna e contemporanea della facoltà di Scienze politiche dell`Università di Messina. Il prof. Rosario Battaglia, docente di Storia contemporanea nella stessa facoltà, che ha introdotto i lavori, ha evidenziato l`importanza del volume di Palumbo per leggere la realtà messinese post-terremoto caratterizzata dalla contraddizione di un mondo economico-commerciale stagnante e di un mondo culturale dalla forte carica innovativa e di rottura che faceva della città un centro non periferico ma di grande propulsione. Matteo Pappalardo, critico musicale della "Gazzetta del Sud", si è soffermato sul mondo musicale di quegli anni sottoposto ai tentativi di censura e alle limitazioni del regime verso le sollecitazioni che venivano dall`estero, ispirando i maggiori compositori come Pizzetti, Respighi, Casella, Malipiero, e che a Messina riusciva ad avere un suo respiro grazie alla figura di un grande musicologo, oltre che giurista insigne, come Salvatore Pugliatti e al ruolo di enti come la Filarmonica Laudamo, diretta da compositori quali Manlio Marangolo e soprattutto Gino Contilli, e agli spettacoli allestiti nei Teatri Mastrojeni, Savoia e Peloro e dalla Sala Laudamo. Maurizio Ballistreri ha analizzato il diritto e l`economia nel dibattito degli anni Trenta legato al corporativismo, al ruolo statale nell`economia, ai limiti del consenso, al rapporto tra intellettuali e regime, attraverso il pensiero e l`opera di Alfredo Rocco, Giuseppe Bottai, Ugo Spirito, che si unisce idealmente ai due articoli di Angelo Falzea e Vincenzo Michele Trimarchi, pubblicati da Palumbo come testimonianza inedita di uno sguardo su quella complessa realtà. Daniele Tranchida ha rievocato, infine, il ruolo della stampa come stratificazione culturale intermedia che ci permette, attraverso la riscoperta preziosa di Palumbo (come i disegni di Giuseppe Mazzullo, Giulio D`Anna, Cagli, Prieto e gli articoli dello stesso D`Anna, Gaetano Baldacci, Bruno Zevi, Beniamino Joppolo, Paolo Alatri) di avere uno sguardo sul mondo artistico dell`epoca e di cogliere una dicotomia tra architettura tradizionale e innovativa con un funzionalismo "razionalista" che però trovava anche occasioni di nuove spinte artistiche. Un volume, quello del giornalista e critico, che ci permette - come ha sottolineato la prof. Michela D`Angelo, docente di Storia moderna alla facoltà di Scienze politiche - di vedere la città che vive un momento splendido dal punto di vista culturale, anche se senza efficaci programmi di sviluppo, un`occasione per rivedere il passato come stimolo per la crisi di oggi. L`incontro si è concluso con un vivace dibattito tra gli studenti e l`autore. (s.d.g.)


 
Gazzetta del Sud
16 settembre 2005

Premio "Città di Marineo" al prof. Giuseppe Cavarra

Giuseppe Puglisi



LIMINA - Con un collage di poesie in "lingua" liminese (suo paese d`origine) il professor Giuseppe Cavarra ha vinto, per il quarto anno consecutivo, il premio internazionale di poesia "Città di Marineo", organizzato dal comune in provincia di Palermo e dalla fondazione "Gioacchino Arnone" e riservato alla poesia in lingua italiana ed in lingua siciliana, edita e inedita. La silloge di Cavarra, cittadino di Santa Teresa di Riva oltre che messinese di adozione, si intitola "Carusanza" (edizioni Edas, Messina), è stata premiata con questa motivazione:"Una poetica della memoria, che rievoca con una intensità lirica straordinaria figure e luoghi, si innesta nel linguaggio più autentico della comunità dialettale di Limina, elevandolo alle significazioni più dure della creatività poetica. Una silloge che ci colloca degnamente nelle espressioni più alte della poesia siciliana contemporanea". La giuria era presieduta da Pietro Mazzamuto e composta da Miranda Clementoni, Flora Di Legami, Salvatore Di Marco, Giovanni Perrone, Nino Piccione, Ida Rampolla Del Tindari, Michela Sacco Messineo e Ciro Spadaro ed ha assegnato per la sezione "opere inedite in lingua italiana" il primo premio a Giovanni Rescigno con la raccolta "Come la terra il mare" e a Gian Citton con la raccolta "Indovinare il mare". I premi speciali della giuria quest`anno sono andati all`attore Tuccio Musumeci ed al balalaikista russo Valery Prilipko. Il Premio Marineo è alla trentunesima edizione. Continua, quindi, con successo, la produzione letteraria di Giuseppe Cavarra che ha al suo attivo, tra l`altro, la creazione del "Premio Bizzeffi" di poesia dialettale, che per tre edizioni ha raccolto a Limina i migliori poeti in vernacolo della Regione, mentre attualmente dirige a Messina una autorevole rivista culturale, "Pagnocco", rassegna quadrimestrale. Ha anche pubblicato una raccolta di poesie in spagnolo "Palabras" dedicata agli emigrati liminesi in Venezuela. Oggi ha settantacinque anni.  


 
Gazzetta del Sud
3 giugno 2005

"Fedeltà alla terra" di Santi Lo Giudice tra ricerca e giornalismo militante
L`uomo e la cultura del dolore

Luigi Ferlazzo Natoli



Credo che l`ultima raccolta di scritti di Santi Lo Giudice, intitolata "Fedeltà alla terra" (con il sottotitolo "Problematiche etiche e sociali", Edas, pp. 219, euro 16), possa essere letta come il seguito della precedente "Profili della contemporaneità" e che si fermava alle soglie del 2002. Nella raccolta attuale l`anno di riferimento è il 2003, ma l`autore include opportunamente, a parer mio, il saggio inedito "Prassi emancipativa e fondamenti normativi nella visione etico-sociale di Heinrich Heine". Dico opportunamente perché riecheggiano in queste pagine - sin dall`incipit - la sofferenza dell`autore a causa della guerra che l`umanità sta vivendo nei confronti del terrorismo, che, dopo l`11 settembre del 2001, da territoriale e localizzato si è fatto globale. Nella Premessa di questo saggio si legge, infatti, che "bisogna reagire alla "sfida" del dolore e, da brutti e sporchi anatroccoli feriti, divenire cigni, persone normali, a volte anche persone speciali. È necessario spezzare la cultura che difende l`idea che non si possa uscire dal ghetto di maltrattati e che si è condannati a fare "carriera da vittima". Il popolo, privato dell`indispensabile per una dignitosa sopravvivenza, è ridotto nelle condizioni psicologiche di un bambino che, una volta subita una violenza, guarda il sangue della sua anima lacerata come il risultato della violenza del suo destino". Come non pensare, leggendo queste parole alla tragedia dei bimbi di Beslan! E come dicevo, recensendo "Profili della contemporaneità". Lo Giudice si occupa, anche questa volta, di una molteplicità di temi, ma si tratta sempre di un impegno che si muove nell`ambito della sua ricerca filosofica. Si tratta, quindi, di un filosofo che sta sulle barricate, che propone delle soluzioni, sapendo che al filosofo spetta sempre non l`ultima, ma la penultima parola. In atto Lo Giudice insegna filosofia teoretica all`Università di Messina e divide il suo impegno tra ricerca filosofica e giornalismo di battaglia. Il leit motiv di quest`ultima raccolta è dato dal rapporto del soggetto con la terra: soggetto nella accezione etico-sociale, politica, religiosa e, quindi, esistenziale - come afferma lo stesso autore - soggetto, antropologicamente fondato, che, senza rinunciare alle sue prerogative gnoseologiche, rivendica l`importanza filosofica di un approccio passionale per la salvezza del mondo. Come osserva Francesco Bonardelli - recensendo il volume - non trascurando mai l`attualità del divenire, le tematiche vanno dalla "sensualità del pagano dietro le passioni del cristiano in Sant`Agostino, alla prassi emancipativa e ai fondamenti normativi nella visione etico-sociale di Heirich Heine; fino al rilievo e al contrasto di musica e parole tra Nietzsche, Wagner, Mann e Adorno; alla necessità biologica e alla necessità logica nello stesso Nietzsche e in Spinoza, e al rapporto tra caso e necessità in Monod, Eigen, Prigogine e Oliviero". Forse, come dicevo all`inizio, se l`uomo vuole restare al centro del creato e se non vuole perdere la guerra del terzo millennio, quella contro il terrorismo, non può prescindere da alcune riflessioni che Lo Giudice svolge sin dalla prefazione. "La notizia che nel mondo di oggi muoiono sedici bambini al minuto per mancanza di sostentamento, trova la sua ragion d`essere nel fatto certo che in altre parti del mondo sedici bambini si nutrono con ciò che spetta loro e con ciò che viene sottratto a quei bambini che invece muoiono di fame. Il fatto che un capo di Stato o di governo accumuli giornalmente rendite miliardarie dice che c`è una vasta fascia tra i sudditi che lavora per garantirgliele, magari sostentandosi con stipendi e pensioni al di sotto della soglia di povertà..." Bene: come non pensare che non è con lo strumento della guerra che si combatte il terrorismo globale, bensì con la rimozione delle cause, fra le quali certamente la fame diffusa sul pianeta terra e la povertà delle aree sottosviluppate. Qui non è in ballo la guerra tra Occidente e Islam, ma l`intesa e la solidarietà internazionale per far sì - per dirla parafrasando Lo Giudice - che non è possibile vedere in Occidente una crescente massa di bambini obesi, e nel resto del pianeta terra bimbi che muoiono di fame. Bisogna sconfiggere questo paradosso!


 
Gazzetta del Sud
3 dicembre 1999

Maria Teresa Di Paola, "La democrazia dei galantuomini. Le carte Fabiano e il Cln di Messina. 1943-1945", (Edas, Messina 1998, pp. 356). Di seguito pubblichiamo una recensione dello stesso libro.

Salvatore Bottari



In un tournant della vita pubblica italiana in cui "leggere" la storia repubblicana dà luogo a lacerazioni e asperrimi dibattiti, forse è d`uopo riconsiderare l`antefatto: gli anni del fascismo, della seconda guerra mondiale, dell`immediato dopoguerra. La crisi di concettualizzazione ampie, la disputa filosofico-politica prima ancora che semantica tra antifascismo democratico e antifascismo totalitario, in realtà sono il portato di uno strumentario ideologico usurato e comunque inadeguato a decodificare realtà sfaccettate, e lo stesso proliferare delle fonti, sovente contradditorie, non rendono agevole fornire sintesi convincenti. D`altronde la storiografia più avvertita ormai da oltre vent`anni ha palesato l`esigenza di recuperare all`indagine storica nodi e tematiche estenuatisi nell`asfittico agone di una pamphlettistica dottrinaria. L`opera storiografica di Renzo De Felice e Paolo Spriano e i lavori prodotti nell`ultimo decennio da Elena Aga Rossi, Claudio Pavone, Silvio Lanaro ed Ernesto Galli Della Loggia - sia pure con un evidente diversità di toni e in una prospettiva tutt`altro che unilineare - ne sono il segno più tangibile. In questo senso i vibranti accenti autobiografici con cui Norberto Bobbio ha affrontato la questione fascismo/antifascismo in una recente intervista ("Il Foglio", 12 novembre 1999), e il clamore che ne è conseguito, non emergono dal nulla. Dalla sclerosi dei paradigmi totalizzanti e dall`inanità, sotto il profilo euristico, della contrapposizione ideologica, discende come corollario l`utilità di analisi concrete nonché di ricerche mirate, spazialmente delimitate, volte a scandagliare l`evolversi della vicenda storica sulla scala locale. In questa direzione s`inserisce il libro di Maria Teresa Di Paola che ricostruisce, attraverso una documentazione in larga misura inedita, la ripresa della dialettica politica a Messina dopo la catastrofe bellica. La ricerca, promossa dall`Istituto di Studi Storici "Gaetano Salvemini" di Messina, si mantiene strettamente legata al dato d`archivio, e la ricca documentazione pubblicata al termine di ogni capitolo e in appendice al volume lo conferma. Il libro non è però appesantito dal suo background documentario e la narrazione, scandita da una partizione per argomenti, risulta lieve e piacevole. Innestandosi in quel filone della storia politica che tende al revival of narrative, l`autrice restituisce fatti e personaggi tratteggiando profili vividi, messe a fuoco puntuali. L`introduzione e i primi due capitoli dell`opera ricostruiscono il quadro sociale, economico e politico della città peloritana nel secondo dopoguerra, quindi viene ripercorsa l`attività del Cln a Messina attraverso vari materiali d`archivio e, per quel che riguarda il periodo compreso tra il 23 agosto e il 18 dicembre 1945, con l`ausilio dei verbali del Cln provinciale, di cui fu segretario l`avvocato socialista Franco Fabiano. Certo - e l`autrice ne è consapevole - non si tratta di materiali che fanno mutare il giudizio storico sulla stagione ciellinistica nel "Regno del Sud"; e però riordinare le tessere di un mosaico in anni cruciali per la vita nazionale, regionale e cittadina, ripristinare il quadro d`insieme, decanta le passioni, liquida le strumentalizzazioni, consente una visione serena e perspicua di avvenimenti passati che fondano il nostro presente.


 
Gazzetta del Sud
19 gennaio 2000

Un libro Il percorso di Franco Chillemi tra le strutture urbane e il patrimonio artistico del centro
La città specchio fedele della sua storia

Nino Checco



La città e il suo patrimonio artistico, le strutture e le funzioni distribuite per spazi luoghi e convenienze costituiscono sempre espressione di una concezione del mondo e di un modello di relazioni umane, che una comunità ha raggiunto in un determinato momento del suo divenire. Gli edifici e l`organizzazione degli spazi del vivere comunitario (urbanistica), le opere d`arte e le forme architettoniche, la fisicità degli insediamenti, pur esprimendo la sovrapposizione del gusto e della cultura di più epoche, in realtà manifestano per eccellenza l`accumulo storico di civiltà e, per opposto, di decadenza e di perdita delle ragioni dello "stare insieme". Nei momenti alti del suo percorso, il bisogno di relazioni interindividuali secondo regole di convivenza e di rispetto dell`interesse comune si manifesta - ancor più che nelle regole scritte e nel diritto positivo - nella ricerca di armonia ed equilibrio tra ciò che è utile e conveniente (provvisorio) e ciò che è bello (permanente), tra ciò che è immanente e transitorio e ciò che può essere consegnato al futuro quale proiezione di un`identità conquistata nel tempo e che si vuole salvaguardare. Naturalmente nelle fasi di declino, il rapporto tra questi elementi si rovescia e hanno il sopravvento la provvisorietà, l`improvvisazione e gli interessi dei più forti. Da questo punto di vista, la città di Messina si rivela un punto di osservazione storicamente emblematico del rapporto tra uomo e "facies" urbana; infatti le fratture storiche da una parte e gli eventi disastrosi imposti dalla natura, dall`altra, costringono a ripensare e ricreare, per quanto possibile, il filo di una continuità messa in discussione dagli eventi storici negativi oppure traumaticamente interrotta dalle catastrofi. Dunque tra le espressioni collegate a una data epoca storica, la "forma urbis" costituisce la manifestazione - forse la più assoluta - del grado di civiltà e di convivenza di bisogni materiali e immateriali di più soggetti, costretti in uno spazio da una reciprocità di funzioni, ruoli, convenienze e valori: più questi ultimi accomunano e sono condivisi, più le funzioni, i ruoli e le differenze sociali divengono fra loro compatibili e accettabili. L`organizzazione e l`introspezione del tessuto urbano, diviene il riflesso del più o meno elevato grado di "felicità" collettiva e della consapevolezza che essa costituisca bene primario e presupposto della sua sopravvivenza. Quanto oggi sia lontana Messina da questa condizione, lo testimoniano proprio la crisi sociale, il disordine urbanistico e l`accanimento distruttivo esercitato sulle tracce del passato! Per questo insieme di ragioni, le lettura della storia di una comunità attraverso i segni e le manifestazioni del suo vivere entro un sistema organizzato degli spazi e delle funzioni (edifici pubblici, chiese, monumenti, piazze, abitazioni private), appare la più proficua e, allo stesso tempo, la più ardua, soprattutto se si abbandona il metodo puramente tecnico ed estetico e si abbraccia quello storico-filologico. In questo senso l`ultima fatica di Franco Chillemi, spesa per il volume sulla città dello Stretto (Il centro storico di Messina. Strutture urbane e patrimonio artistico, Messina Edas 1999), appare un convincente punto d`approdo di un lungo percorso di ricerca, costruito metodologicamente intorno al rapporto tra storia ed evoluzione del tessuto urbano e del patrimonio artistico in età moderna e contemporanea. La stessa disposizione degli argomenti trattati e l`organizzazione in parti del volume rivelano l`intelligente sovrapposizione delle "chiavi" di lettura, in cui il fluire cronologico e storico degli eventi urbanistici s`intreccia con i contenuti estetici e tecnici, con le trasformazioni ancora più profonde di ordine politico-sociale e con le fratture provocate dagli eventi naturali (terremoti ed epidemie). È un metodo questo che obbliga Chillemi a una ripartizione temporale in due grandi fasi della storia urbana di Messina: quella che precede e quella che segue l`evento catastrofico del 1908 (anche se giustamente l`Autore attribuisce a esso la causa esclusiva del degrado in cui oggi versa la città). Il cammino ideale "a ritroso", proposto nel libro, non solo fornisce nuovi importanti elementi di conoscenza (fondati su un ampio corredo di fonti inedite, in primo luogo il recupero di numerose preziose epigrafi), ma allarga soprattutto l`angolo prospettico della ricerca e sollecita approfondimenti futuri a tutto campo sulla storia civile e culturale di Messina. Il risveglio d`interesse degli ultimi anni intorno a questi temi, il moltiplicarsi dei contributi specialistici e dei diversi punti d`approccio allo studio della storia di Messina, dimostrano una più estesa consapevolezza dell`importanza di ritrovare finalmente le tracce e i segni di una identità storica a lungo trascurata (anche dagli addetti ai lavori), e che invece è indispensabile recuperare per la costruzione del futuro della nostra città. Anche su questi problemi più generali il libro di Chillemi appare solido ed equilibrato e costituisce, nelle premesse e nei risultati, un importante invito a proseguire correttamente nell`opera di demolizione di deformanti letture e di "luoghi comuni", a volte politicamente interessanti e a lungo imperanti nella cultura ufficiale: tali cioè da fornirci spesso letture della storia della città oscillanti tra posizioni estreme, tutte ingannevoli. Quella del localismo e dell`esaltazione agiografica delle fortune e delle disgrazie della città; quella del provincialismo, nella sua versione più genuina, che a lungo ha spinto a considerare la storia locale come priva di statuto e non meritevole di studio; quella della sovrapposizione e dell`assimilazione tout court della storia cittadina ai caratteri e ai contenuti di quella siciliana. Per ragioni di spazio non posso seguire l`Autore nei suoi itinerari, verso cui leggendo il libro sembra accompagnarci per mano, fornendoci una successione di immagini notizie considerazioni e suggestioni, sapientemente costruite. Mi limito in questa sede a sottolineare la capacità di Chillemi di coniugare la complessità e la molteplicità degli elementi esaminati (architettura, forme d`arte, piani urbani ed espansione, manufatti civili e militari, ecc.) con la semplicità espositiva, la chiarezza della sintesi e la sicura individuazione dei punti salienti di snodo del lungo percorso di permanenze-trasformazioni della "forma urbis": il che rivela la solidità del progetto e dei risultati e, al tempo stesso, la possibilità di rivolgersi a una gamma di lettori più estesa dei soliti "addetti ai lavori". È noto (e anche a mio giudizio proficuo) che il lavoro di ricerca e di riflessione sulla storia di Messina debba essere lavoro "a più mani": lo impone la diversità di linguaggi, epoche, idee, competenze e approcci. L`auspicio - il solo che si può fare - è che si moltiplichino le occasioni di confronto e di dibattito, così come il libro di Chillemi implicitamente conferma e rende possibile. Nella convinzione - peraltro sempre più confermata da ogni nuovo contributo di studio - di un grande privilegio per chi studia Messina: quello di potere esaminare la storia da un "punto alto" d`osservazione, cioè da una città in più epoche sospesa tra grandezza antica e declino incombente, tra vincoli sicilianisti e contaminazioni ideali di ben diverso respiro.


 
Gazzetta del Sud
18 gennaio 2004

GRINZANE CAVOUR

"Terra, acqua, mito", un volume di Paolo Piccione, Franz Riccobono, Anna Giordano e Mimmo Irrera
Capo Peloro, un racconto per immagini
Le lagune di Ganzirri e Faro e il bisogno di preservarne la bellezza

Marcello Mento



Scrive Claude Lévi-Strauss che "nel momento in cui l`uomo non ha più conosciuto limiti al suo potere, si è messo a distruggere se stesso". Quest`amara riflessione ci è venuta in mente sfogliando l`interessante e suggestivo volume "Terra, acqua, mito. Capo Peloro, le lagune di Ganzirri e Faro" edito da Edas (pp. 153, euro 20,00) e realizzato da Paolo Piccione, Franz Riccobono, Anna Giordano e il fotografo Mimmo Irrera. Sono proprio le bellissime immagini di Irrera e i sapienti contributi di Riccobono e di Anna Giordano, preceduti dalla sagace introduzione di Paolo Piccione, ad aver richiamato, per la legge del contrario, le parole di Lévi-Strauss, perché fa rabbia che si è unanimemente d`accordo nel descrivere e riconoscere che Faro e Ganzirri sono luoghi bellissimi ed unici e nel contempo si fa di tutto per stravolgerli sovrappopolandoli e sommergendoli di colate di cemento ed asfalto, negando nei fatti quella magia e quella bellezza che ci avevano portati fin là. Possibile, viene da chiedersi, non si riesca a pensare ad un modo diverso di vivere e godere la bellezza di ciò che ci circonda senza - come in preda ad un istinto insopprimibile - farli scomparire ed affidarne il ricordo a libri come questo di cui stiamo parlando? Possibile non esista una terza via tra la civiltà che fagocita se stessa e il museo? Cioè tra il distruggere e il conservare in naftalina coste, laghi, boschi, paesaggi? Il racconto per immagini di Irrera, in poche parole, pur non perseguendo esplicitamente alcun intento polemico non può esimersi - proprio per la capacità che ha nel cogliere con la sua macchina fotografica le peculiarità di quei luoghi - dal mettere a nudo uno dei paradossi più giganteschi con i quali conviviamo "tranquillamente" noi messinesi. Da una parte riconosciamo che Faro e Ganzirri sono due delle zone più suggestive che esistano, tant`è che è venuto abbastanza conseguenziale coglierne le peculiarità e quindi istituirle in Riserva Naturale Orientata, mentre dall`altra non facciamo nulla per preservarle, difenderle dagli insulti del degrado e della superficialità, osteggiando in tutti i modi possibili i divieti e le limitazioni che derivano dal vincolo ambientale e paesaggistico che sulla Riserva persistono. Insomma, basterebbe, a questo punto, essere più sinceri con se stessi e meno ipocriti e finirla con tutte le belle parole sull`amore e la bellezza della natura, dal momento che non ci sentiamo più i meri beneficiari di essa, bensì i padroni che impongono e dispongono a loro piacimento di quanto il buon Dio ci ha messo a disposizione per rendere più vivibile la nostra esistenza. Il volume poi oltre ai contributi dei curatori che compaiono in copertina, è arricchito dalle pagine di viaggiatori che visitarono Messina e i suoi dintorni nel loro viaggio in Sicilia. Si tratta di Gastone Vuillier, di Lazzaro Spallanzani, di G. Chiesi e di Gustavo Strafforello. Dalle loro pagine trasuda e si avverte il respiro e i ritmi di epoche lontane, il profondo rispetto e la naturale predisposizione a lasciarsi avvolgere dai profumi che provenivano dalle acque e dai giardini che circondavano i pantani. Ma soprattutto si avverte forte la coscienza di trovarsi al cospetto di qualcosa di meraviglioso e di irripetibile la cui origine affonda nel mito e nell`idea stessa di bellezza.


 
Gazzetta del Sud
6 agosto 2004

LA NUOVA FATICA DI FRANZ RICCOBONO

Una raccolta di fotografie che offrono dati tutt`altro che congelati e fossilizzati
Mezzo secolo di vita messinese

Giuseppe Cavarra



A d una fotografia la credibilità non deriva dal suo essere d`autore o anonima. Conta di più la possibilità che essa ha di stabilire una relazione tra realtà e rappresentazione, la sua capacità di entrare in quel gioco sottile di indagine dove, in quanto documento, può conservare una briciola della storia che la parola non sempre fa rivivere nella sua integralità. Ne è prova Immagini di Messina (Edizioni Edas, Messina 2004), l`ultima fatica di Franz Riccobono: una mappa della produzione fotografica messinese dal 1857, anno in cui Victor Ainé ci dava la prima immagine di Messina in fotografia, al 1908, l`anno del "grande disastro". Mezzo secolo di vita cittadina, di cui circa centosettanta fotografie offrono dati tutt`altro che congelati o fossilizzati. Maurice Merleau-Ponty avverte. "È vero che il mondo è ciò che noi vediamo, ed è altresì vero che dobbiamo imparare a vederlo". Una fotografia, "letta" come va letta, può insegnarci a guardare il mondo con occhi diversi: riaccendendo un interesse, facendo ordine nella memoria, mettendoci al sicuro dalla fallacia e dall`inganno. Franz Riccobono, che è un esperto collezionista di stampe antiche, fotografie storiche e oggetti d`arte, sa bene che il nostro è un tempo in cui sempre più insistente si fa la richiesta di immagini che rafforzino e allarghino il campo di osservazione. Sempre in prima linea tra coloro che a Messina si adoperano per la salvaguardia del patrimonio storico e artistico cittadino, non si stanca di segnalare urgenze e denunciare situazioni di gravissimo degrado nel patrimonio storico-archeologico del comprensorio. Purtroppo non sempre viene ascoltato. Prova del suo interesse per le "cose messinesi", sostenuto dall`osservazione diretta dei fenomeni e dal dispiegamento di una sensibilità che orienta verso l`immagine, sono i sei titoli da lui firmati nella collana "Messina e la sua storia" delle Edizioni Edas del dott. Antonino Sfameni. Opere sostenute da quello che può essere considerato il tratto portante del suo empirismo critico: l`osservazione diretta del fenomeno studiato. Ciò che in altri è marginale, in Riccobono diventa essenziale. Gli altri si muovono poco sostenuti dalla convinzione che "fare cultura" deve significare scavare nel patrimonio culturale di un popolo, cucire territorio e simboli, spezzare gli argini della ghettizzazione del sapere, operare senza farsi tentare da selezioni a priori di fatti e/o documenti culturali. Lui non guarda l`immaginario con diffidenza e, soprattutto, non ha paura del presente, come accade a quanti, poco preoccupati del molteplice, si tengono lontani dal tracciare percorsi che attestino modelli di vita calati in una società come la nostra sempre più complessa e interculturale. In ogni fatto che esamina Riccobono cerca il ritmo del divenire: prende dal passato quanto gli occorre, lo colloca nella "longue durée", lo interpreta, lo spiega, lo finalizza, tenendosi quanto più può lontano dalle operazioni che si formano in un modo e finiscono per esplicarsi in un altro modo. Ciò gli consente di non slittare verso il piano immediatamente informativo e di andare al di là del bozzettismo aneddotico che lascia in ogni caso il tempo che trova. Insomma, quanto negli altri è malcelato "amore per il luogo natìo" in lui diventa attivazione di un processo finalizzato alla produzione di una cultura che prima di ogni altra cosa sia per il gruppo umano osservato un modo di farsi sempre più se stesso rapportandosi agli altri.
Immagini di Messina è anche una ricerca delle ragioni per cui un "bene culturale" sbiadisce fino a spegnersi. Un modo, se vogliamo, di (ri)scrivere la storia utilizzando immagini che assolvono l`ufficio di recuperare frammenti di quel ricco mosaico che è la storia di una città. Una prova, se ce ne fosse bisogno, che la fotografia ha una propria vis assoluta. Introdotta in un testo, non solo lo arricchisce, ma enuclea situazioni che rimandano a espressioni di vita delle quali l`immagine diventa chiave di lettura autonoma. Ogni attività di ricerca va sostenuto da una metodologia in cui nessun criterio limitativo può essere chiamato riduttivamente in causa. Nell`opera di Riccobono questo diventa pratica di studio che attinge al patrimonio documentario del luogo senza risolversi in esaltazione campanilistica. Il problema rimane quello dell`uso che della fotografia bisogna fare nella ricerca: non qualcosa che appiattisca la realtà, ma la piattaforma dalla quale deve muovere qualsiasi discorso che abbia come argomento la difesa dell`identità di un gruppo. Se vogliamo che le radici contino sempre più e che i procedimenti all`interno della ricerca storica non precipitino nell`informe, dobbiamo richiamare alla memoria quanto ci dice Lévi-Strauss: "L`occhio non fotografa semplicemente gli oggetti: ne codifica i caratteri distintivi che non consistono nelle qualità sensibili che noi attribuiamo alle cose che ci circondano, ma in un insieme di rapporti". Ciò possiamo ottenere se assegniamo alla fotografia il compito di materializzare in un`icona un segmento, anche minimo, della realtà in cui siamo immersi. In una fotografia conta poco che essa sia recente o appartenga a un lontano passato. In ogni caso essa testimonia un processo in cui la manomissione è impossibile. Così la fotografia si erge a difesa della specificità della comunità alla quale essa appartiene: un modo di dare al binomio passato/presente un "valore" se il nostro ruolo dev`essere quello di "vivere per il presente, non per i predecessori o per i posteri". (C. Lasch). Immagini di Messina sollecita problemi ai quali bisogna dare una risposta. Primo fra tutti questo: perché non fare una mostra permanente di tutto il materiale fotografico esistente nella nostra città? In materia di conservazione e tutela dei beni ambientali sarebbe un fatto di enorme portata. Le fotografie sono un patrimonio che appartiene "stricto sensu" alla città, in senso lato all`umanità. Una volta tanto facciamo in modo che il pubblico prevalga sul privato. In un momento in cui la nostra città ha tanto bisogno di tradizione, un "Archivio della fotografia storica messinese" potrebbe svolgere un ruolo ben preciso in funzione identitaria.


 
Gazzetta del Sud
9 novembre 2003

LIBRO IN VERNACOLO DI MARTINO TAVIANO

Ti ricordi Sant`Angelo di Brolo?

Nuccio Anselmo



"Cc`era na vota Sant`Anciulu"... e ora non c`è più. Ecco l`esilio poetico di Martino Taviano di Frangioglio, che ha consegnato alle stampe un volume per i tipi della Edas raccontando in vernacolo il suo meraviglioso mondo antico legato al paese natìo, S. Angelo di Brolo, centro collinare tirrenico, come si dice in questi casi, che pian piano come tutti i paesi s`è svuotato di anime, lasciando dietro i vetri appannati pochi occhi a guardare le strade. Sono poesie, le sue, tutte pervase da quel languore quotidiano di chi è costretto a sopportare la città "incivile" come una camicia stretta e non sa come risolvere la sua condizione di "esule", finendo giocoforza per accettarla solo con il conforto dei versi. Ex funzionario di banca, nato a Sant`Angelo di Brolo nel `43, Taviano di Frangioglio potè godere di quelle strade all`epoca poco asfaltate fino al `56, poi si consumò il distacco, amaro senza fine. Il volume che ci consegna reca una prefazione di Nicola Fazio, che da "grande" ha scelto di fare il magistrato, ricordato dall`autore in una poesia ("Colitta Faziu") come predestinato alla toga (" ... ggià si vidia a ddriggiri `n` inchiesta... "), e un prezioso commento del poeta Giuseppe Salvadore, già vincitore del concorso di poesia in vernacolo "Vann`Antò". Il tratto caratteristico della poesia di Taviano, come lui stesso spiega, è il "raddoppio consonantico e, in alcuni casi, la doppia accentazione, intese ad una più realistica pronunzia popolare". Nelle sue trentaquattro "stazioni" per raccontare Sant`Angelo è compendiato un mondo intero, lo specchio di un tipo di società "agraria e borghese" che oggi non esiste più. Ci sono i primi amori, la vita di campagna, gli scherzi, le grandi saghe familiari, il circolo dei nobili, il giornale letto con il bastone di legno, il saluto con la riverenza, le credenze di paese, il sapore del pane fatto in casa, la morte della baronessa, le vecchie zie, gli affetti familiari. Un abbecedario di situazioni e personaggi tratteggiati con grande "folgorazione", lampeggiati tra versi che solo a prima vista possono sembrare ridanciani, e che sono invece pervasi da una sottile ragnatela di malinconia. C`è per esempio il ricordo del barone Lucio Piccolo "che in bicicletta ma con l`autista dietro, andava a rifugiarsi nella Torre delle Ciaule per scrivere in pace". Oppure la "grande novità del cinema, con il suo pubblico variegato che, parteggiando per il "buono", grida al "cattivo": curnutu, jetta sangu". Qualche foto sparsa qua e la, un breve glossario e una carrellata di personaggi illustri, completano il quadro poetico di Martino Taviano. Un quadro non solo fatto di humor ma anche di sentimento. Se questo mondo di Sant`Angelo rischiava di perdersi solo nel ricordo di pochi, adesso questi versi lo consegnano per sempre alla parola scritta.


 
Gazzetta del Sud
29 ottobre 2004

Basilio Maniaci ricostruisce una pagina poco nota dello sbarco alleato in Sicilia
Agosto 1943, al via l`operazione "Brolo Beach"

Geri Villaroel



Calza col libro di Basilio Maniaci, "Operazione Brolo Beach", il detto che recita: "Se vuoi essere provinciale parla dell`universo, per essere universale narra del tuo villaggio". L`argomento non è edificante, perché affonda il bisturi nella sconfitta dell`Italia del 1943, però intriga il nostro territorio ed è questo che cattura l`interesse dell`autore, nativo di Piraino. L`asse portante della vicenda è "l`incidente dei ceffoni", che stravolge il corso degli eventi e segna il declino del generale George Patton. Il comandante supremo delle forze alleate, Ike Eisenhower, non perdonò all`arrogante generale gli schiaffi assestati all`artigliere Paul G. Bennet. L`episodio, accaduto dopo lo sbarco in Sicilia, sarebbe stato ripetuto su altri lavativi, che soffrivano di fatica da combattimento. Il fatto più clamoroso accadde il 10 d`agosto, quando Patton si fiondò nella tenda 93rd Evacuation Hospital, situata nella zona retrostante il fronte della linea Tortorici. Fra i tanti ricoverati giudicò Bennet tutt`altro che infermo, perciò l`apostrofò di vigliaccheria e infine, in preda a uno scatto di nervi, lo schiaffeggiò! La foto inserita tra le illustrazioni, che raffigura un soldato accasciato sotto il monumento ai caduti della prima guerra mondiale, rimbalzò su tutti i giornali. Costituì il simbolo dei combattenti stressati dal conflitto, a partire dall`artigliere Bennet! Ma Patton, nonostante tutto, era abile nell`arte della guerra, rivelandosi un ottimo stratega pure nelle missioni in Nordafrica, nelle Ardenne e nel guidare le truppe americane fin nel cuore della Germania sconfitta. Tra l`altro capovolse la così detta "Operazione Husky", che prevedeva l`entrata a Messina del generale Bernard Montgomery a cui non perdonava il ruolo di protagonista, assegnatogli nella campagna di Sicilia. Precedette, infatti, le truppe inglesi, giungendo per primo nella città dello Stretto, dove fu volutamente estromesso dal presenziare alla resa del capoluogo peloritano ed escluso persino nelle foto d`avvenimenti importanti. Qui le maglie della narrazione si tingono di giallo, perché lo stop di diciassette giorni, imposto alle forze anglo-americane, si deve alle trastulle diplomatiche per rimuovere Patton dal comando della VII armata. La causa sarebbe stata l`incidente dei ceffoni, anziché il ritardo per le trattative dell`armistizio, come si voleva lasciar credere! L`autore non s`accontenta di esporre i fatti acciuffati nel suo laboratorio storico e narrati con l`avvincente stile del corrispondente di guerra, vuole di più, pretende lo scoop! Sostiene con ferrata logica, che la fallita operazione "Brolo Beach" dette alla storia il peggiore degli epiloghi, come i contrattempi in corso d`opera stimolarono l`irascibilità di Patton! Sorte migliore avrebbero avuto gli eventi, se non ci fossero stati i diciassette giorni d`inutile attesa a Messina, aggravati dall`estromissione di Patton! Furono determinanti nel rallentare l`occupazione Alleata, ripercuotendosi in circa due anni di durissimi combattimenti, densi di sanguinosi avvenimenti e lotte fratricide. I tedeschi all`annuncio di quel fatidico 8 settembre erano già pronti, riorganizzati per frapporre l`Italia del centro-nord all`avanzata anglo-americana. L`opera innesta opportune considerazioni sull`impreparazione dell`Italia ad affrontare la guerra, s`attarda in descrizioni di luoghi e sullo sbarco lungo la spiaggia di Brolo, cui l`editore Sfameni (Edas) dedica la foto di copertina. L`autore indugia pure sullo spudorato complotto con i vertici della mafia italo-americana, per agevolare la conquista della Sicilia. La disfatta, che malgrado tutto inizia da quel fatidico 8 settembre, è profusa da manciate d`avvenimenti destabilizzanti, che annotano la fuga del re, la Repubblica di Salò, l`uccisione di Mussolini... I proclami si susseguono agli editti e ai governi provvisori in cerca di stabilità. Divampa il separatismo, il bandito Giuliano diventa una leggenda vivente!


 
Gazzetta del Sud
5 febbraio 2006

"Sicilia-Italia - 1943 e dintorni", un volume di Pippo Pracanica e Giovanni Bolignani
La verità sullo sbarco degli Alleati
Le prove del tradimento da parte degli ufficiali della regia marina

Melo Freni



Dall`avvento del fascismo (ottobre 1922) alla promulgazione dello Statuto della Regione Siciliana (giugno 1946) furono anni di una complicatissima storia che in gran parte videro la Sicilia al centro di eventi che non è stato mai possibile decifrare nella loro esattezza, soprattutto per quanto riguarda i fatti e le intese che precedettero lo sbarco delle truppe alleate a Pantelleria, nelle isole Pelagie e in Sicilia. La storiografia è ricca di pagine a riguardo per la quantità di libri che se ne sono interessati, più o meno simili e ripetitivi, ma di recente e in modo piuttosto silenzioso è venuto fuori a Messina (per i tipi della Edas) un volume che tra cronaca e storia ripropone quegli anni in modo del tutto originale, riproducendo una tale copia di documenti, testimonianze e di atti ufficiali, che fanno del volume un autentico, raro saggio di consultazione oltre che di piacevole e circostanziata lettura. Il titolo è semplice e fuori da ogni cattivante retorica, "Sicilia, Italia - 1943 e dintorni", asciutto come le trecento pagine che scorrono senza lasciare posto a giudizi e a conclusioni ipotetiche, perché tutto - ripeto - è affidato alle carte: ufficiali, si tratti di governo o di forze armate, di prefetture o di commissari. Il libro me lo ha mandato il mio vecchio compagno di liceo Pippo Pracanica, che ne è l`autore assieme a Giovanni Bolignani; non è una lettura difficile, ma i capitoli sono così intensi da doversene accostare con calma, molto spesso anche rileggendo. Senza retorica, dicevo, ma con un aggancio di suadente ironia consegnata in copertina al negativo di una fotografia che affida il senso della invasione degli Alleati a un carrettino tirato da un somarello sul quale siedono due soldati, fra commilitoni con aria piuttosto da paesaggio che di guerra. Certamente, si direbbe subito: la mafia siculo-americana aveva pianificato ogni cosa. Eppure, non sarebbe così. I nostri autori smentiscono categoricamente una presenza preparatoria di Lucky Luciano in Sicilia prima dello sbarco alleato, piuttosto si servono del pretesto per una suggestiva carrellata (ricca di nomi, di date, di circostanze) dei rapporti che la mafia ebbe con uomini politici americani, fra prove, sospetti e processi in cui leggiamo, pari pari, analoghe vicende di corruzioni moderne, con la differenza che non ci sono più politici di quella portata né mafiosi come lo stesso Luciano, o Frank Costello originario di Soverato, o Vito Genovese di Risigliano (per fortuna). È un libro di rettifiche, in prevalenza, ma se, in quanto a conferme, deve comprovare che la responsabilità della consegna senza colpo ferire della Sicilia agli Alleati potè avvenire per il tradimento di diversi ufficiali della "regia marina" (tesi per la prima volta dimostrata da Antonino Trizzino con "Navi e poltrone"), l`elencazione dei documenti, delle intercettazioni telefoniche, delle trascrizioni di ordini scellerati, è tale da valere come repertorio di un processo che è più di un processo. Il titolo del volume richiama il 1943. Ma lo svolgimento inizia da prima: cosa preparò il `43; così come prosegue oltre il `43: perché si arrivò, piuttosto in fretta, alla promulgazione dello Statuto siciliano. L`attenzione è presa da fatti e personaggi coi quali siamo cresciuti fra contrapposizioni sociali e politiche tali da coagulare attorno a sé una attenzione non solamente siciliana. Prendiamo il conflitto ideologico e giudiziario fra Michele Pantaleone e Bernardo Mattarella; gli atti e le circostanze prodotte dimostrerebbero che Pantaleone non aveva diritto a lanciare le sue accuse: prima era stato fascista, poi era stato delegato del sindaco di Villalba, il capo dei capimafia don Calogero Vizzini, di conseguenza il suo successivo comunismo non poteva essere così puro da contrapporlo in maniera credibile contro il fascismo, contro la mafia e in particolare contro la Democrazia cristiana dell`onorevole Mattarella, nei confronti del quale - dopo aspri processi - dovette ritrattare. C`è tutto in questo libro, dal primo Buscetta a quello che alla fine si confessa con Enzo Biagi, dal generale Patton all`Ernest Hemingway che ironicamente dà il nome del generale Montgomery a un cocktail da lui preparato con vermuth e gin. Direi che l`aneddotica è parte molto integrante della bevanda storica di Pracanica e Bolignani, la rende frizzante e in modo originale gustosa: per palati buoni! E saltiamo allo Statuto regionale. Con l`arrivo degli Alleati in Sicilia, il 23 luglio del 1943, una delegazione separatista capeggiata da Finocchiaro Aprile si reca da Charles Poletti, ufficiale dell`esercito statunitense, con un "Memoriale" da presentare ai governi britannico e americano, che contiene le motivazioni per il riconoscimento della Sicilia come Stato autonomo. È l`occasione che innesca problema nel problema. Sono gli anni del brigantaggio, dell`occupazione delle terre, dell`ennesima caduta delle illusioni unitarie, per l`isola della più manifesta insofferenza. Bisogna affrettarsi. La Democrazia cristiana di Giuseppe Alessi, di Salvatore Aldisio, di Bernardo Mattarella e del loro seguito antepone a tutto il principio della madre patria che è l`Italia. Anche i comunisti e i socialisti sono per lo stesso principio. Il pericolo da scongiurare è il separatismo che potrebbe approfittare dello scontento popolare e dell`apporto dell`esercito irregolare di Salvatore Giuliano. Caduto il disegno della Democrazia cristiana di dare all`intera Italia un nuovo assetto federativo con l`autonomia di tutte le regioni (la suggestione per la tesi di Carlo Cattaneo 1801-1869, era rimasta sempre viva) almeno per la Sicilia bisognava procedere. Così, il 10 giugno del 1946, Umberto II re d`Italia, con le firme del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, del guardasigilli Palmiro Togliatti, e - fra gli altri - di Nenni, Romita, Scoccimarro, Gullo, Lombardi, Scelba e Gronchi, promulgò lo Statuto della Regione Siciliana autonoma. (Peccato, vorrei chiosare, che le forze politiche siciliane non riescano ancora a saperla sufficientemente realizzare). Nel volume di Pracanica e Bolignani, che conta circa 150 rimandi bibliografici, la città di Messina ha un ruolo di primo piano, sia nella parte bellica, in relazione al suo porto e ai bombardamenti che ne fiaccarono la vitalità a ridosso del terremoto del 1908, sia per le sue attività civili e religiose. Figura emblematica risalta quella dell`arcivescovo Paino, che per essere amico di Benito Mussolini, ottiene il finanziamento non solo per la ricostruzione della cattedrale distrutta dal terremoto, ma anche di 132 chiese nuove, di 19 istituti fra beneficenza e istruzione, il restauro di 72 chiese. Ma eccoci ancora una volta al gusto dell`aneddoto che condisce piacevolmente la storia: al Papa Pio IX i progetti delle chiese, approntati dai più grandi architetti italiani non piacquero per niente e fece scrivere al presule "... mi incarica di dirle essere egli sicuro che Vostra Eccellenza, con la sua ben nota abilità e competenza, riuscirà a impedire che qualcuno di tali brutture venga a offendere il cielo e le tradizioni di Sicilia". Anche se non era a conoscenza della lettera del Papa, Guido Ghersi scrisse il romanzo "La città e la selva": potrebbe sembrare un riferimento di cortesia, invece è una prova ulteriore della ricchezza e dei tanti rimandi che fanno l`originalità e l`ampiezza di questo libro da leggere, poco per volta ma con piacere. Se ne esce veramente arricchiti.


 
Gazzetta del Sud
6 aprile 2004

Recupero della cultura classica e viaggio all`interno della fede

Annamaria Crisafulli Sartori



Nel suo più recente saggio, Vittoria Gigante, autrice di opere di spiritualità, concentra l`attenzione su tre figure di Padri della Chiesa, che si distinguono nel panorama filosofico-teologico-letterario del IV secolo per aver operato "il recupero della cultura classica all`interno delle fede". "I luminari della Cappadocia: Basilio il Grande - Gregorio di Nissa, il Teologo - Gregorio di Nazianzo, il Poeta": è questo il titolo del libro (Ed. Edas del dott. Antonino Sfameni - pag. 94), che annunzia, nei tre diversi attributi, tre diversi modi di essere e una medesima terra di origine. Si coglieranno, scorrendo le pagine, i tratti distintivi di ciascuno, anche attraverso le meditazioni contenute nelle opere (di cui sono riportati brani antologici), e quella linea comune che passa per la cultura classica, la fedeltà all`ortodossia cristiana, la santità: "sono tutti e tre onorati - precisa l`autrice - come santi e dottori sia nella Chiesa d`Oriente, che in quella d`Occidente". Altro elemento non trascurabile, poi, è l`attualità del loro pensiero che, legato alla verità delle Scritture, è immutabile nel tempo e può, pertanto, offrire a ogni momento al credente e, perché no, al non credente spunti di riflessione e suggerimenti per guardare con occhi più sereni alle cose della terra e a quelle del Cielo. Ben delineato il contesto storico-politico, culturale e religioso dell`epoca, caratterizzata da profonda inquietudine e da fratture ideologiche (è in atto la lotta alle eresie cristologiche e trinitarie) tali da tormentare le coscienze. I Cappadoci, vescovi tutti e tre, e provenienti "da un ambiente colto e spiritualmente elevato", ebbero una vita difficile, e tutti e tre scelsero l`impegno costante e proficuo di pensiero, di azione, di preghiera, che rimane fissato in una scrittura di altissima spiritualità, oltre che di indubbio valore letterario. Nel tracciare il loro profilo, la Gigante evidenzia fra l`altro, per Basilio, l`influsso di Platone per quanto attiene all`antropologia e all`etica e, in genere, l`ammirazione per la cultura classica pagana che gli appare conciliabile con quella cristiana. Insieme alla fondazione, a tutti nota, del monachesimo orientale e del cenobitismo, vengono ricordate le iniziative nel campo della carità, con le quali egli anticipa orientamenti ecclesiali moderni. Del Nazianzeno, anima tormentata, come appare nei Carmina, è ricordata la formazione culturale in Atene e la passione per l`arte e per le lettere, che fu costretto ad abbandonare. Gregorio Nisseno, "il più grande speculativo dei Padri Cappadoci", definito dal Concilio di Costantinopoli "Colonna dell`ortodossia", è autore del "primo trattato di antropologia della letteratura cristina antica": De hominis opificio. Annota l`autrice che di Basilio l`ha colpita "l`insistenza con cui ammonisce gli uomini invitandoli a rimanere sempre critici di fronte alla realtà... vigili custodi della propria libertà interiore, lontani da ogni forma di assolutismo e fanatismo"; di Gregorio Nisseno, "il lucido ragionare del pensatore rigoroso, del filosofo acuto, ma anche il fascino del mistico esperto delle cose dell`anima"; "di Gregorio di Nazianzo - afferma - mi hanno commosso le inquietudini, l`ansia profonda "dell`altra vita, dell`altro mondo", la forza della sua tensione metafisica, infine l`umanità e l`attualità del suo lungo inesausto colloquio con l`Assoluto". Nei suoi Carmina riscontra affinità di sentimenti e di stati d`animo con autori biblici come Giobbe, Geremia, Qoèlet, con poeti come Lucrezio, Tasso, Foscolo, Leopardi e con gli esistenzialisti contemporanei. Ne scaturisce un interessante confronto di passi, puntualmente commentati. Qui ci sembra di avvertire un maggiore coinvolgimento dell`Autrice che, nell`accostare il Nazianzeno a S. Agostino, definisce alcune pagine autobiografiche del primo "poesia altissima". Ed è anche nel chinarsi sul dolore degli afflitti, nell`orazione "Sull`amore per i poveri", nel considerare il gemito di madri colpite nel frutto del proprio grembo, che Gregorio "fa poesia popolare e squisitamente umana".


 
Gazzetta del Sud
17 febbraio 2006

"Io lui e... Colapesce" di Alessandro Tumino
La realtà trasfigurata dallo Stretto dei miti

Francesco Bonardelli



Acogliere il nesso tra immaginazione visionaria e realismo descrittivo, nella prima prova narrativa di Alessandro Tumino, si rischia di limitare la dimensione altrimenti elastica della sottile e sfiorata dialettica tra la vita e il sogno; ovvero tra il dinamico procedere dell`esistere e la sua trasfigurata proiezione sui quotidiani contesti della gioia e della sofferenza. Identificata la prima nella natura, e nel suo eterno ammonimento collettivo sui valori inestimabili dell`equilibrio e della bellezza; la seconda nei vissuti problematici dell`umana vicenda, colta nell`attimo lunghissimo dell`incertezza sul domani possibile.
Attraverso le suggestioni, le idee e le impressioni dei tre reali - anche se pirandellianamente occultati - protagonisti del dialogo: "Io, lui e... Colapesce", come ulteriore prezioso anello ai quaderni del Pagnocco, collana di testi e parole diretta da Giuseppe Cavarra e Felice Irrera, illustrata da Piero Sèrboli e distribuita dalla Edas.
Un racconto breve, allora, quello dell`esordio di Tumino; quasi una scelta di scrittura, per accedere in punta di piedi a un contesto letterario non necessariamente altro rispetto a quello giornalistico, quotidianamente frequentato dall`autore nelle colonne della cronaca messinese di questa testata. Ma una narrazione ricca assai di rimandi e connessioni, dalla densa espressività della pagina approdati ai lidi frastagliati di una problematica attualità.
Contemporanea come il mito immortale; dunque senza spazio, epoche, o tangibili e parziali realtà. Con il segno, piuttosto, di una indelebile e irrisolta conflittualità: che il dialogo esalta, nell`eterna sua ansia di completezza nel confronto tra le immancabili diversità. Sfiorate, in liriche descrizioni dei caratteri, come cenni di personalità interiori. Di Matteo Cocuzza, lucido e per questo dubbioso, nella dialettica sua intensa con i luoghi o i paesaggi di una interiorità assorbita dal sito; di Achab, l`alter ego da sempre dubbioso e per questo lucido nella sua ricerca improbabile di una certezza che dalla natura possa transitare, senza intermediari, all`essere. E di Colapesce nostro, che improvviso e maestoso emerge dalle acque per connettere il passato e il presente al futuro; lui consapevole, perché non più prigioniero dell`umana condizione, dei fatti oltre le apparenze, e della realtà oltre l`immaginazione.
Così che i temi, caratterizzanti il divenire, possono anch`essi trasfigurarsi in una visione incantata ma omogenea, concreta, obiettiva dei contenuti. C`è la città, che dallo sfondo del racconto improvvisa rivendica il primo piano; tra le ansie, i problemi, le malcelate aspirazioni. A diventare protagonista; a liberarsi dal peso ancora tangibile delle distruzioni patite; a rapportarsi con l`avvenire suo, mai più agli altri affidato, e dagli altri quindi pregiudicato.
Allora il ponte, la nuova vivibilità urbana, la messinesità identificata nel calcio: letterariamente - ed è questo il segno della riuscita operazione di Tumino - sospesi nella perenne approssimazione al giudizio, tra i confini sempre sfumati di scienza e fantasia, realtà e poesia.
Quella dei padri, che dallo Stretto è passata e nello Stretto ha celato il senso, del suo messaggio: che al momento giusto emerge, per richiamare i significati alle parole, e i contenuti alle forme. Per resistere alla tentazione diffusa del banale, e del dialogo rivendicare così la funzione prima del confronto, nella misura mai colma del reciproco completarsi.
Ciò che avviene, tra Matteo e Achab. E tra loro e Colapesce, novello custode giammai di palesi evidenze ma di recondite incertezze; lui che il mare da sotto ha visto scorrere sulla povera vicenda dell`uomo. Uomo anch`egli, partecipe dell`ansia di conoscenza d`ogni suo simile: e senza tempo, senza epoche, senza età. Ma con l`unico consapevole approdo all`interiore sofferenza del dubbio, come tramite al "cammino impossibile verso la verità".


 
Gazzetta del Sud
29 gennaio 2002

Un volume in onore dell`Istituto tecnico di Taormina intitolato all`insigne giurista
Salvatore Pugliatti, la cultura come vita

Gualtiero Canzoneri



Scritti in onore dell`Istituto tecnico commerciale per il turismo "Salvatore Pugliatti" di Taormina s`intitola il bel volume, appena pubblicato da Edas, che merita di essere segnalato non solo agli operatori della scuola ma anche agli studiosi e agli storici, al di là dell`occasione celebrativa, per i saggi tutti interessanti in esso contenuti e particolarmente quelli sulla multiforme personalità di Salvatore Pugliatti (1903-1976), eminente giurista e umanista messinese cui l`istituto taorminese è dedicato. "A un osservatore poco attento o estraneo alla vita della città di Taormina - afferma nell`introduzione al libro la preside della stessa scuola, Carla Fortino - potrebbe sembrare quanto meno strano che una scuola, nata nell`anno 1968-`69, organizzi, una cerimonia di inaugurazione della propria sede nel 2001. Ma gli abitanti di Taormina e quelli di tutti i paesi del circondario conoscono bene le vicissitudini dell`istituto durante questo lungo periodo e dunque, adesso, comprendono le ragioni che ci spingono a realizzare una solenne cerimonia di inaugurazione dell`edificio ormai completato". Dall`aprile del 1997 l`Istituto tecnico taorminese si è trasferito nel nuovo plesso di Trappitello-contrada Arancio, dopo oltre dieci anni di provvisorie e disagevoli collocazioni in più sedi. Le diverse tappe dello sviluppo di questa scuola, partita inizialmente come sede staccata dell`Istituto tecnico commerciale "Antonio Maria Jaci" di Messina, sono spiegate nel saggio introduttivo di Cettina Lelio e Antonino Bottari ( Storia dell`Istituto ). Il libro di quasi duecentocinquanta pagine, modellato sull`ormai storica opera in due tomi Scritti in onore dell`Istituto tecnico commerciale "Antonio M. Jaci" di Messina nel CXX anniversario della fondazione (1862-1982), si apre con le presentazioni di Giuseppe Buzzanca, presidente della Provincia regionale di Messina, e di Carla Fortino. Quindi, segue una ghiotta sezione in omaggio a Salvatore Pugliatti. Nel suo breve ma intenso scritto ( Il perché di una scelta di grande sensibilità e acume ), Angelo Falzea racconta il tempo messinese del giurista che fu alunno dello "Jaci" agli inizi del Novecento con altri illustri compagni di scuola come il poeta Nobel Salvatore Quasimodo, lo statista Giorgio La Pira, il "sindaco santo" di Firenze, e l`editore Antonio Giuffrè. "Un tempo irripetibile - sostiene Falzea - il tempo di un Salvatore Pugliatti che aveva trascorso gli anni della sua prima formazione culturale in un Istituto tecnico commerciale e che nella grande serietà di studio di quella scuola e nella apertura dei suoi insegnamenti ai principali campi del sapere riponeva la pretesa di fornire ai suoi allievi le basi conoscitive per percorrere, in posizione di preminenza, i più diversi itinerari della vita civile. Ed è per ciò - conclude Angelo Falzea - che l`intitolazione del nuovo Istituto tecnico a Salvatore Pugliatti mi è parsa la più acuta e la più appropriata". C`è poi il testo integrale, fedelmente trascritto e per la prima volta pubblicato, del documentario televisivo Salvatore Pugliatti, la cultura come vita (1988-1996), di Sergio Palumbo, trasmesso dalla Rai nel 1991, che fornisce la prima completa e aggiornata biografia sul giurista messinese anche grazie a un corposo apparato di note e a preziose testimonianze di artisti, scienziati, letterati, musicologi (si rinvia, in proposito, all`articolo di Sergio Di Giacomo, Salvatore Pugliatti costruttore di teorie, in "Gazzetta del Sud", 14 agosto 2001). Accanto a questo saggio, riuniti nella medesima sezione, figurano altri importanti scritti: di Nazareno Saitta ( Pugliatti... amministrativista ), di Nino Genovese ( "Ritratto" di Salvatore Pugliatti in un video di Sergio Palumbo ), di Giuseppe Miligi ( Pugliatti animatore culturale ), di Gaetano Mariani ( Ricordo di Salvatore Pugliatti ), di Pasquale Maffeo ( Un`amicizia triadica ), di Francesco Bonardelli ( Messina o la città di Pugliatti nel ricordo di Gianfranco Contini ). Una seconda sezione del volume comprende "Le testimonianze degli amici (a cura di Giuseppe Miligi)" allineante significative testimonianze "storiche", opportunamente riproposte in questa sede anche se non inedite, su Salvatore Pugliatti, fra cui quella illuminante del poeta Giorgio Caproni, ma pure lettere esemplari di La Pira e Quasimodo, di Ildebrando Pizzetti e Stefano D`Arrigo, nonché il ricordo del Gruppo del Fondaco, facente capo al cenacolo culturale messinese della libreria dell`Ospe, nel primo anniversario della morte dell`insigne giurista, che - come si sa - fu pure accademico dei Lincei e per vent`anni rettore dell`Università di Messina. La terza sezione, infine, presenta firme non meno prestigiose e arricchisce il volume con testi di varia cultura che nobilitano ulteriormente questa lodevolissima iniziativa editoriale dell`Istituto tecnico taorminese "Salvatore Pugliatti": Melchiorre Briguglio ( La cultura dei valori: arduo compito dei docenti ), Enrico Messori ( Dottrina e giurisprudenza come fonte del diritto ), Girolamo Cotroneo ( L`Europa e i suoi nemici ), Gennaro D`Uva ( Platone: dalla paidéia all`Idea di Bene; Celso filosofo anticristiano; Note su "Senilità" di Italo Svevo ), Alessandra Minniti ( Dell`Amor platonico ), Concettina Costa ( L`Opra dei pupi ), Stella Mangiapane ( Sulle tracce della scrittura. Manoscritti moderni e critica genetica ), Lucia Foti e Franco Camardi ( Scuola e territorio).


 
Gazzetta del Sud
15 agosto 2002

Salvatore Pugliatti maestro di cultura

Sergio Di Giacomo



Una raccolta antologica che analizza la figura di Salvatore Pugliatti, indimenticato umanista a cui si lega una delle stagioni culturali più felici della storia della città dello Stretto. Una decina di saggi e testimonianze compongono gli Scritti in onore dell`Istituto commerciale e per il turismo "Salvatore Pugliatti" di Taormina (Edas, Messina, 2001), che l`istituto scolastico taorminese, fondato nel 1968 e diretto da Carlo Fortino, ha voluto come memoria storica e preziosa occasione di riflessione. A una prima parte dedicata alla storia dell`istituto vissuta in tutte le sue tappe e i diversi progetti realizzati di ampio respiro nel settore turistico sociale, tecnico-informatico e culturale, segue una sezione relativa alla figura del grande giurista, che si dedicò in vita a tutti i campi del sapere. Angelo Falzea, accademico dei Lincei, rievoca la stagione dello Jaci, quando, insieme con Pugliatti, nel biennio 1919-20 si diplomarono La Pira, Giuffrè e Quasimodo che illumineranno il mondo culturale italiano dei decenni successivi. Al Pugliatti amministrativista dedica un ricordo Nazareno Saitta, che ricorda la prestigiosa scuola giuridica messinese con figure quali Nicolò, Falzea, Trimarchi, Natoli, Minervini, Panuccio, Campagna, Buccisano, Russo, Ferrari, Giacobbe (oggi preside alla prestigiosa Lumsa di Roma), Magazzù, Scalisi, Tommasini, Ciccarello, etc. Sergio Palumbo, che ha dedicato diversi studi e opere all`illustre operatore culturale e animatore dell`Ospe, pubblica il testo integrale del suo documentario televisivo Salvatore Pugliatti, la cultura come vita (1988-1996) (analizzato in un acuto scritto di Nino Genovese), trasmesso dalla Rai e che contiene testimonianze inedite di personalità di spicco da Carlo Bo ("personaggio eccezionale") a Raboni ("un principe", lo definiva), dalla Spaziani ("amico carissimo e uomo generoso") a Caproni, da Petrassi a Petrocchi (che ricorda da preside di Lettere il conferimento della laurea honoris causa a Quasimodo). Il tutto, corredato da un ampio e completo apparato di note che rappresenta una fonte unica nel suo genere per leggere da vicino le opere e la figura di Pugliatti nell`àmbito del panorama letterario e culturale italiano. La raccolta antologica è completata da scambi epistolari, telegrammi (quelli relativi al Nobel a Quasimodo), i riconoscimenti al lavoro di linguista da parte di Pizzetti, Caproni e de Nola, i ricordi di Giuseppe Miligi ( Pugliatti animatore culturale ) Gaetano Mariani, Pasquale Maffeo (che dedica uno scritto alla triade Quasimodo-La Pira-Pugliatti con tocchi inediti), di Gianfranco Contini, secondo la diretta e incisiva rievocazione di Francesco Bonardelli. Su tutte, ci piace ricordare la testimonianza in occasione della scomparsa di Pugliatti che gli volle dedicare sulle pagine della "Gazzetta del Sud" Stefano D`Arrigo: "(...) Messina perde con Pugliatti quella che in ogni senso, non importa se a volte con contrastato consenso, per quasi mezzo secolo è stata, tout court, la sua mente (...). La morte di Salvatore Pugliatti diminuisce tutta una città".


 
Gazzetta del Sud
27 aprile 2002

Convegno Scritti in onore dell`Istituto tecnico di Taormina intitolato a Pugliatti



Scritti in onore dell`Istituto tecnico commerciale per il turismo "Salvatore Pugliatti" di Taormina è il bel volume, pubblicato da Edas, che sarà presentato oggi alle 17.30 nell`auditorium della stessa scuola taorminese, dal prof. Giovanni Cupaiuolo, preside della facoltà di Lettere e filosofia dell`Università di Messina, e dal giornalista Nuccio Fava. Il volume va segnalato, al di là dell`occasione celebrativa, per i saggi tutti interessanti in esso contenuti e particolarmente quelli sulla multiforme personalità di Salvatore Pugliatti (1903-1976), eminente giurista e umanista messinese cui l`istituto scolastico taorminese è dedicato. Il libro si apre con le presentazioni di Giuseppe Buzzanca e della dirigente scolastica dello stesso istituto taorminese, Carla Fortino. La sezione in omaggio a Pugliatti comprende scritti di Angelo Falzea, Nazareno Saitta, Sergio Palumbo, Nino Genovese, Giuseppe Miligi, Gaetano Mariani, Pasquale Maffeo, Francesco Bonardelli. Una seconda sezione del volume, sempre riservata a Pugliatti, contiene "Le testimonianze degli amici" (a cura di Miligi), fra cui quella illuminante del poeta Giorgio Caproni, ma pure lettere esemplari di La Pira e Quasimodo. Il libro allinea anche testi di Cettina Lelio e Antonino Bottari, Melchiorre Briguglio, Enrico Messori, Girolamo Cotroneo, Gennaro D`Uva, Alessandra Minniti, Concettina Costa, Stella Mangiapane, Lucia Foti e Franco Camardi. (m.n.)


 
Gazzetta del Sud
15 gennaio 2000

Tra Scilla e Cariddi, storie di navi e di uomini

Antonino Sarica



Alla storia dei servizi di collegamento delle rive siciliana e calabrese dello Stretto di Messina, sono già state dedicate varie pubblicazioni più o meno estese e documentate. Tuttavia è giusto che le vicende del passato, ma anche le problematiche attuali, inerenti a tali essenziali trasporti marittimi, che conservano una indiscutibile rilevanza economico-sociale, siano ancora meglio studiate e approfondite. Ben venga quindi il nuovo libro di Giacomo Iapichino Tra Scilla e Cariddi, "storie di navi e di uomini", che appunto di storia e attualità dei ferry-boats dello Stretto lungamente e minuziosamente tratta. Proposto da Edas come sedicesimo titolo della collana "Messina e la sua storia", il volume si fa in primo luogo apprezzare per gli interessanti contenuti, e non meno per i tanti puntuali riferimenti bibliografici. È inoltre una vera miniera di notizie, anche inedite, su fatti e personaggi, segno evidente di attente ricerche in archivi e biblioteche, oltreché di un intenso lavoro sul campo alla ricerca di testimonianze dirette in qualche caso preziose. Iapichino non è certo nuovo agli studi intorno a questa particolare tematica; dei quali ha già dato conto negli scorsi anni, sia pure in sintesi, a esempio nel libro Aspettando il Ponte (1990) o nell`articolo L`attraversamento dello Stretto di Messina apparso nel 1993 nella rivista "Kineo". Adesso, con quest`ultimo suo lavoro, ha voluto offrire un panorama storico ben più ampio e articolato, in cui trovano posto e adeguata considerazione i fatti politici, i problemi e le scelte di natura tecnica, le esigenze economiche, le istanze umane e sociali. Il libro è insomma frutto di impegno lungo e assiduo: vede infatti la luce - nota lo stesso autore, che è comandante sulle navi traghetto delle Ferrovie dello Stato - dopo "trent`anni di riflessione su una realtà [...] vissuta dall`interno e con gli occhi di chi ama il proprio lavoro...". Uno sguardo, in apertura, all`antichità classica, e via via attraverso i secoli, rievocando gli avvenimenti salienti che hanno visto protagoniste le due sponde dello Stretto, e in particolare quella peloritana, fino al regno dei Borbone, per evidenziare l`importanza strategica che in ogni epoca ha avuto questo mitico braccio di mare. Bisogna però giungere alla prima metà dell`Ottocento, ricorda il libro, per vedere attivi taluni quasi regolari servizi di collegamento: la "barca corriera" a vela, per il passaggio da una riva all`altra della costa, o la grossa imbarcazione a remi colorata di bianco e celeste e nel migliore dei modi attrezzata per accogliere alcuni passeggeri. Quindi, decenni dopo, i piropontoni e finalmente, verso la fine dell`Ottocento, i primi veri e propri ferry-boats, le navi cioè dotate di binari per il traghettamento dei carri ferroviari. La storia dei ferry-boats dello Stretto si snoda, da allora, attraverso innumerevoli avvenimenti e non meno copiose avversità: fra le tante, un disastroso sisma, nel 1908, e due guerre mondiali. Ed è una storia segnata, naturalmente, da mutamenti politici ed economici, dalle evoluzioni tecniche e scientifiche nei settori navale e ferroviario, dalle variazioni delle correnti di traffico. Una storia complessa, variegata e non priva di fascino, in cui molteplici episodi e personaggi si intrecciano, che Iapichino si è imposto di narrare a tutto tondo, compiutamente, senza nulla tralasciare, potendo anche far conto su un corredo di immagini davvero cospicuo. Con particolare attenzione sono nel volume considerati quelli che l`autore definisce gli "anni della svolta", ovvero gli anni Sessanta, che videro intanto la nascita del primo sindacato autonomo del personale navigante, che significava una vera rivoluzione sul piano contrattuale, e poi la grande novità dell`avvento dell`imprenditoria. Efficace e convincente l`analisi che l`autore fa proprio in merito alla nascita del sindacato del personale navigante, che peraltro si divise presto in due: uno a rappresentare lo stato maggiore delle navi traghetto e l`altro il personale esecutivo. "Si trattava - egli afferma fra l`altro - di associazioni professionali monotematiche che avevano l`obiettivo di "portare denaro" alla categoria". Stavano fuori dalla logica dei grandi sindacati, mentre avevano un potere contrattuale enorme. E "furono anni di autentico incendio sulle rotte dello Stretto". Quanto all`avvento del servizio privato, Iapichino opportunamente osserva che esso volle dire di certo "vantaggio economico alle città dello Stretto in termini occupazionali", ma anche enormi disagi. Che derivavano, specialmente a Messina, dall`aver situato i punti di approdo delle "zattere" in posizioni a dir poco infelici, e che erano destinati a ingigantirsi col passare degli anni, fino a compromettere oltre ogni limite la qualità della vita.


 
Gazzetta del Sud
6 luglio 2004

"L`ingegnere di Babele" Libro di Andaloro



Primo lavoro di Daniele Andaloro, dal titolo "L`ingegnere di Babele", edito da "Edas-Edizioni dott. Antonino Sfameni" di Messina. Dato alle stampe grazie a un autofinanziamento, il libro rappresenta un omaggio agli scrittori più sensibili della nostra isola, da Tomasi di Lampedusa a Sciascia, da Consolo a Bufalino, al quale ultimo è dedicata la copertina, recante un`illustrazione di Rita Gennari, dal titolo "Salvataggi", tratta da un`idea proprio di Bufalino. E l`idea del "salvataggio" ispira questo tentativo di estrarre, dai marosi del disagio quotidiano e universale, le piccole verità.


 
Dagli oceani agli abissi dello Stretto

Gazzetta del Sud
Domenica 24 Aprile 2011

 
Gazzetta del Sud
6 maggio 2004

Francescanesimo al femminile 2. edizione del libro di Miligi

Gualtiero Canzoni



Nella ricorrenza del 750. anniversario del "transito" di S. Chiara, oggi alle 18 nella chiesa dell`Annunziata dei Catalani avrà luogo la presentazione della seconda edizione del volume di Giuseppe Miligi "Francescanesimo al femminile - Chiara d`Assisi ed Eustochia da Messina" (ed. Edas - Messina 2004), arricchita di nuovi importantissimi apporti, relativi al "codicetto" custodito dalle clarisse messinesi e al ruolo avuto dal monastero di S. Chiara fondato dalla beata Costanza di Svevia e Aragona nella storia più recente di Montevergine. A presentare detto volume saranno i professori Attilio Bartoli Langeri dell`università di Padova, Giulia Gasparro dell`università di Mesina e Salvatore Vacca O.F.M. Cap. della Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo.


 
14 Febbraio 2009

Franz Riccobono

Immagini di Messina 1908-1909




"Immagini di Messina – 1908-1909" fa seguito a una precedente opera della stessa editrice pubblicata nel dicembre del 2007, "Il Terremoto dei Terremoti – Messina 1908, dello stesso autore, lo storico messinese Franz Riccobono, direttore, fra l`altro, della collana "Messina e la sua Storia". "Immagini di Messina- 1908-1909" si compone di due parti, l`una complementare all`altra. La prima, costituita da un saggio, suddivisa in sintetici ed efficaci capitoli, in cui vengono ripercorse, come in un caleidoscopio, le vicende drammatiche, che, nel corso della sua storia, hanno visto protagonista una terra "ballerina", partendo dall`origine mitica dei terremoti nello Stretto fino alla tremenda tragedia del 1908, che ha quasi raso al suolo una città, cancellandone il volto e segnando "mutamenti radicali ed a volte irreversibili nella vita e nelle abitudini dei messinesi". La seconda, formata da una ricca iconografia di 150 immagini, molte delle quali inedite, suddivise per gruppi, provenienti dall`archivio dell`autore, che costituiscono un itinerario visivo, organico e articolato, di grande impatto emotivo, volto a marcare momenti di dolore e di macerie, di vita e di morte, di una città martoriata, che, nel corso dei secoli, ha dovuto subire i tremendi colpi inferti dalla natura e, al contempo, un massiccio vandalismo ad opera degli uomini. Passione civica e serietà documentaristica, acume critico e severità investigativa, capacità rara di leggere oltre le immagini, sono i caratteri basilari di quest`opera. Ma è nell`esegesi critica di quanto avvenuto nell`immediatezza dell`evento e nelle modalità degli interventi attuati subito dopo, che Franz Riccobono dimostra avvedutezza e capacità analitica da poter accreditare al suo volume un indiscutibile valore propedeutico. Senza sminuire l`entità del disastro, mediante un`attenta analisi dei documenti dell`epoca, delle testimonianze, della documentazione fotografica, Franz Riccobono tende a smentire numerosi luoghi comuni, esagerazioni e bugie, che determinarono strumentalizzazione, speculazione e benefici di cui godettero solo pochi privilegiati. Un discorso a parte meritano le Immagini riprodotte nel volume, suddivise in cinque gruppi, un itinerario attraverso i luoghi della memoria, che mostrano un paesaggio apocalittico, quasi surreale, se non fossero di drammatica realtà. Numerosi fotografi, alcuni professionisti, altri dilettanti, fissarono sulle loro lastre le macerie di una città sbriciolata e quasi rasa al suolo. Pittori insigni diedero origine a una smisurata produzione di cartoline postali, talvolta ritoccate e artefatte, che però resero possibile diffondere nel mondo le immagini di una immane tragedia.

Matteo Allone

 
Gazzetta del Sud 25 Novembre 2010 Introdotte da un bel saggio di Rando
le "Novelle siciliane" di Pirandello Edizioni EDAS
Antonino Sarica


È da poco in libreria Novelle siciliane, di Luigi Pirandello, quinto titolo della collana "Otto-Novecento siciliano» diretta da Giuseppe Rando e pubblicata da Edas (Edizioni Dr. Antonino Sfameni). Di tal pregevole collana ricordiamo i titoli precedenti: La narrativa di Edoardo Giacomo Boner (2002), di Giuseppe Rando, e, di Enrico Onufrio, La spugna d`Apelle (2004), Novelle disperse (2008), Scritti letterari e saggi di varia umanità (2008). Il volume dedicato a Boner comprende due saggi, naturalmente relativi ad opere (racconti, novelle e leggende) di questo singolare, versatile letterato nato nella città peloritana nel 1864, da padre svizzero e madre messinese, e scomparso nell`alba fatale del 28 dicembre 1908. Vi figurano, tra l`altro, scritti di Concetto Marchesi e Luigi Capuana. Notevoli i tre volumi di Enrico Onufrio, «scrittore precoce» – osserva il professor Rando –, «testimone lucidissimo del suo tempo», nato a Palermo nel 1858 e morto giovanissimo ad Erice, nel 1885. «Godibili» racconti, nei primi due volumi, «pregni degli umori positivistici, anticlericali e antigovernativi della Scapigliatura "democratica"», che sovente esaltano «la dimensione demologica della novellistica del secondo Ottocento». Il terzo volume ospita la produzione giornalistica di Onufrio. Una produzione vasta, davvero sorprendente, «ove si consideri – rileva Rando –, accanto alla precocità clamorosa dello "scapigliato siciliano", il breve arco di tempo in cui s`inscrive». Ma torniamo al nuovo invitante titolo della collana in questione, cioè alle novelle pirandelliane. Nulla di nuovo, s`intende, in Novelle siciliane, a parte il bel saggio introduttivo di Giuseppe Rando, che invita a «rileggere» taluni testi fondamentali, da lui scelti nella vastissima opera narrativa di Pirandello, e propone anche non consuete chiavi interpretative. Del resto, ogni riedizione ragionata di lavori letterari del geniale autore siciliano non può che riscuotere consensi; tanto più se vanta, come questa dell`Edas, una veste tipografica ben curata ed elegante. Nel «gran mare» delle Novelle per un anno, quelle «siciliane» si distinguono, hanno una propria chiara «personalità». Rando le ha dunque raccolte, e codesta loro personalità ha debitamente definito nel suo saggio d`apertura. Nella novellistica di Pirandello affiora intanto una franca «denuncia dell`arretratezza meridionale». L`insigne letterato procede quindi «lungo la strada dei veristi», decisamente «pigia sul pedale espressionistico», e dà in pasto al lettore una realtà «senza idillio e senza luce alcuna di progresso». Quanto alle sue novelle «siciliane», esse derivano la loro speciale dimensione – nota ancora Rando – anzitutto «dalla singolarità psicologica e dalla teatralità naturale di certi personaggi (...), fissati in pose estreme dalla deformante carica espressionistica della scrittura»; i quali di fatto s`impongono nell`immaginario collettivo «come pirandelliani tout court». Le riflessioni di Giuseppe Rando evidentemente non si fermano qui. Conviene leggerlo fin in fondo, il suo saggio, prima di assaporare le fascinose pagine di Pirandello. È un saggio denso di dotte citazioni; vi s`incrociano le analisi, non di rado illuminanti, di numerose novelle. Il libro ne contiene poco meno di venti.

 

 





Antiqua


Primo Piano




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CON L`AUTORE
Libreria Mondadori
9 febbraio ore 18,30
Via Garibaldi 56 - Messina
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